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Un "premio" da mostrare alla folla Silenced No More — 8/13 Ottavo pattern documentato: Esibizione pubblica e parata di donne
Un "premio" da mostrare alla folla Silenced No More — 8/13 Ottavo pattern documentato: Esibizione pubblica e parata di donne e bambini Fonte: Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas, "Silenced No More", maggio 2026 Il report documenta come l'esibizione pubblica delle vittime sia stata una componente deliberata e sistematica della violenza. Donne e bambini non sono stati solo rapiti, ma trasformati in oggetti da esibire davanti alle folle e a un pubblico digitale globale. Questa pratica ha avuto lo scopo di comunicare potere e trionfo attraverso la pubblica umiliazione dei corpi. Le testimonianze degli ostaggi Moran Stella Yanay ha descritto di essere stata trattata «come un trofeo»: durante la prigionia, i carcerieri portavano persone dall'esterno solo perché potessero guardarla. «Ero un trofeo. Portavano gente da fuori per guardarmi.» Hagar Brodutch, rapita insieme ai suoi quattro figli piccoli, ha ricordato l'arrivo a Gaza: «C'erano folle di gazawi nei campi. La folla era in festa, gente per le strade, che ballava, che celebrava. Il terrorista alla guida continuava a suonare il clacson perché tutti vedessero cosa c'era dentro l'auto: una donna e quattro bambini molto piccoli. Un "premio".» L'euforia collettiva e la partecipazione dei civili Il report evidenzia che queste parate non hanno coinvolto solo i miliziani armati. Numerosi video mostrano civili a Gaza celebrare con euforia l'arrivo dei prigionieri, partecipando attivamente all'umiliazione. Le immagini documentano folle che imprecano, sputano e colpiscono le vittime, trasformando il dolore individuale in uno spettacolo pubblico. Dalla cattività al rilascio: lo spettacolo continua L'esibizione delle vittime è proseguita per mesi. Hamas ha sistematicamente prodotto e diffuso video di ostaggi in condizioni di estrema vulnerabilità, spesso forzandoli a recitare copioni prestabiliti. Persino le cerimonie di rilascio sono state trasformate in eventi mediatici: donne e bambini costretti a sfilare tra ali di folla ostile e armata, sotto l'occhio costante delle telecamere dei carcerieri. Questi atti configurano il crimine di guerra di oltraggio alla dignità personale. I corpi delle vittime erano il messaggio. Domani: il nono crimine documentato — il rapimento di madri con i bambini.

Al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto sabato pomeriggio sia una conseguenza della patologia - disturbo schizoide di personalità - per il quale Salim El Koudri era stato in cura al Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia. Lo afferma la gip Donatella Pianezzi nell'ordinanza con cui oggi ha convalidato l'arresto del 31enne che in pieno centro a Modena ha travolto diverse persone gettandosi a tutta velocità a bordo della sua auto. Per la gip non ci sono per il momento nemmeno elementi per ritenere che El Koudri fosse incapace di intendere e volere quando ha commesso il fatto. "Salim El Koudri voleva colpire più persone possibile" evidenzia la gip, sottolineando che era chiara la sua volontà di dirigere la Citroen C3 che guidava nella direzione più adatta a colpire più gente possibile. El Koudri, come ricostruito, inizialmente punta il marciapiede del lato destro di Via Emilia, dove colpisce i primi pedoni e una ciclista. Poi si rimette in carreggiata e poiché le persone riescono a schivarlo punta direttamente il marciapiede sul lato sinistro che era in quel momento molto affollato.

"E Fausto [Giannelli n.d.r.] è di fatto il mio avvocato"

Quante probabilità ci sono che un matto qualunque scelga Gianelli come avvocato? Fausto Gianelli è un penalista modenese. Ma
Quante probabilità ci sono che un matto qualunque scelga Gianelli come avvocato? Fausto Gianelli è un penalista modenese. Ma definirlo solo così sarebbe riduttivo. È coordinatore provinciale dei Giuristi Democratici di Modena, membro del Comitato esecutivo dell'ELDH, esponente di spicco di Giuristi e Avvocati per la Palestina (GAP), figura di riferimento del movimento BDS in Italia. Ha firmato un esposto alla Corte Penale Internazionale contro Meloni, Tajani e Crosetto per presunto concorso in genocidio a Gaza. Ha svolto missioni come osservatore internazionale in Palestina, Turchia, Medio Oriente, Asia e Sudamerica. I suoi clienti Nel dicembre 2025 la DDA di Genova ha eseguito nove arresti nell'operazione "Domino": una rete accusata di raccogliere fondi per Hamas attraverso associazioni umanitarie. Gianelli ha assunto la difesa di Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, immobiliarista di Sassuolo intestatario di decine di immobili, e di Riyad Abdelrahim Jaber Albustanji, bolognese, co-indagato nello stesso procedimento. Ha ottenuto la scarcerazione di entrambi criticando le prove basate su intelligence israeliana. Il legame con l'operazione Domino non è circostanziale. Nel 2020 aveva già rappresentato API e ABSPP — le due associazioni di Mohammad Hannoun, principale indagato dell'operazione e inserito nel 2024 nella blacklist del Dipartimento del Tesoro USA per presunti finanziamenti all'ala militare di Hamas — nella causa contro la RAI per aver definito Gerusalemme capitale di Israele. La rete modenese Gianelli si muove negli stessi circuiti della deputata M5S Stefania Ascari — modenese, penalista, attiva nelle stesse campagne. Il 16 dicembre 2025 Ascari ha convocato una conferenza stampa alla Camera per chiedere la liberazione di Anan Yaeesh, poi condannato a 5 anni e 6 mesi per associazione con finalità di terrorismo, e di Ahmad Salem, in carcere per istigazione a delinquere e autoaddestramento. A febbraio 2026 Gianelli e Ascari erano insieme alla Sapienza di Roma per difendere Hannoun. La giornalista e attivista Linda Maggiori completa l'ambiente: collabora con Gianelli in serate, festival e campagne BDS. È questo l'avvocato che la famiglia di Salim El Koudri ha scelto come difensore. Quante sono le probabilità che un ragazzo schizoide e disoccupato di Ravarino — senza legami noti, senza precedenti, senza una rete politica — elegga come difensore uno degli avvocati più specializzati d'Italia nella difesa di indagati per finanziamento al terrorismo?

5 telefoni cellulari, 4 computer, 2 hard disk, 2 chiavette USB, 1 tablet, 1 PlayStation. Oltre 100 fogli manoscritti, agende,
5 telefoni cellulari, 4 computer, 2 hard disk, 2 chiavette USB, 1 tablet, 1 PlayStation. Oltre 100 fogli manoscritti, agende, block notes. Un biglietto con password per criptovalute. Come si paga un arsenale digitale di quel livello con un reddito da disoccupato? Chi gestiva le criptovalute di cui è stata trovata la password? Cosa contengono i 100 fogli manoscritti? E perché la famiglia di un ragazzo "schizoide senza legami" ha scelto come difensore uno degli avvocati più attivi d'Italia nei circuiti pro-Palestina e BDS? Modena, 16 maggio 2026. Salim El Koudri, 31 anni, italiano di origini marocchine, lancia la sua auto sul marciapiede di via Emilia Centro. Otto feriti, due donne con le gambe amputate. La versione attuale: un disagiato psichico, disoccupato, in cura al Centro di Salute Mentale fino al 2024. Quello che la polizia ha trovato nell'appartamento di Ravarino è meno compatibile con questa narrativa. Digos, Mobile e Antiterrorismo sono stati coinvolti nelle perquisizioni. I risultati delle analisi forensi sui dispositivi non sono stati resi pubblici. Le indagini continuano. L'avvocato. La famiglia ha nominato Fausto Gianelli, penalista modenese. Una scelta che merita attenzione — la scelta del difensore è libera ovviamente, ma il profilo di Gianelli dice della rete che lo circonda. Gianelli è coordinatore provinciale dei Giuristi Democratici di Modena, membro del Comitato esecutivo dell'ELDH, figura di riferimento del movimento BDS in Italia. Ha vinto una causa contro la RAI per aver definito Gerusalemme capitale di Israele. Ha difeso attivisti pro-Palestina nei processi di Bologna — inclusi manifestanti accusati di aver bloccato la stazione nel marzo 2024. Ha difeso alcuni degli indagati nell'inchiesta genovese su presunti finanziamenti ad Hamas. A marzo 2026 ha parlato come relatore alla Israeli Apartheid Week organizzata da BDS Bologna all'Università. A febbraio 2026 era all'Università La Sapienza di Roma — con la deputata M5S Stefania Ascari e l'avvocato Flavio Rossi Albertini — per un'assemblea intitolata "Il governo è complice di Israele: smontiamo la montatura contro Mohammed Hannoun e i palestinesi detenuti in Italia". Esiste una rete "modenese"? Gianelli e Ascari sono modenesi, penalisti, e si muovono negli stessi circuiti militanti da anni. Il 16 dicembre 2025 Ascari ha convocato una conferenza stampa alla Camera per chiedere la liberazione immediata di Anan Yaeesh e Ahmad Salem. Yaeesh era detenuto nel carcere di alta sicurezza di Melfi con l'accusa di associazione con finalità di terrorismo — accusa poi confermata con condanna a 5 anni e 6 mesi dal Tribunale dell'Aquila nel gennaio 2026. Salem era in carcere con accuse di istigazione a delinquere e autoaddestramento con finalità di terrorismo. All'evento l'avvocato Rossi Albertini ha dichiarato: «Per il diritto internazionale nemmeno per un palestinese fare la lotta armata è un reato. Anan partecipa a fenomeni di lotta armata. Anan è espressione di questo, con buona pace di tutti i presenti.» Gianelli e Maggiori. Linda Maggiori, giornalista freelance e attivista modenese, si occupa di Palestina, traffico di armi e ambiente. Collabora pubblicamente con Gianelli in serate, festival e campagne. Nel novembre 2025 entrambi hanno partecipato al festival "Con la Palestina nel cuore" a Maranello — insieme a Francesca Albanese, Moni Ovadia e Vauro Senesi. Le autorità escludono al momento la pista terroristica. Può darsi abbiano ragione. Le risposte le daranno le indagini — se e quando i risultati forensi sui dispositivi verranno resi pubblici.

Kit di contenzione preparati in anticipo Silenced No More — 7/13 Settimo pattern documentato: Ammanettamento, legatura e cont
Kit di contenzione preparati in anticipo Silenced No More — 7/13 Settimo pattern documentato: Ammanettamento, legatura e contenzione Fonte: Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas, "Silenced No More", maggio 2026 Il report evidenzia come l'immobilizzazione fisica sia stata una componente tecnica e strategica dell'attacco. Ammanettamento, legatura e contenzione non sono stati solo mezzi funzionali al trasporto dei prigionieri, ma strumenti deliberati per privare le vittime di ogni capacità di difesa e massimizzarne la vulnerabilità durante le torture e le esecuzioni. L'evidenza sul campo Nelle aree del festival Nova, lungo la Strada 232 e all'interno dei kibbutz, i soccorritori hanno riscontrato un pattern costante: numerosi corpi, prevalentemente femminili, rinvenuti con le mani o le gambe legate dietro la schiena. Le indagini hanno confermato l'uso di fascette autobloccanti in plastica, corde, cavi elettrici e filo metallico. I patologi forensi hanno riportato che queste legature sono state applicate mentre le vittime erano ancora in vita, spesso prima delle violenze sessuali o delle esecuzioni. A Kibbutz Be'eri, un volontario ha testimoniato di aver rinvenuto il corpo nudo di una donna legata a un letto con filo metallico, le mani bloccate dietro la schiena. Al festival Nova, la sopravvissuta Mazal Tazazo ha raccontato che, mentre giaceva a terra fingendosi morta dopo essere stata colpita, ha sentito i terroristi tentare di legarle le gambe con delle corde prima di abbandonarla. I "kit di rapimento" L'intenzionalità è provata dai materiali sequestrati sui corpi dei miliziani: "kit di rapimento" contenenti fascette e strumenti di contenzione, preparati in anticipo per essere utilizzati su civili inermi. Durante il trasporto verso Gaza, le vittime sono state legate in posizioni dolorose sui veicoli, impossibilitate a sottrarsi alla violenza dei rapitori. La prigionia: catene e sadismo Amit Soussana ha testimoniato di essere stata tenuta incatenata per la caviglia sinistra a una finestra all'interno di una camera da letto. Per andare in bagno doveva chiedere al carceriere di aprire il lucchetto — un bisogno vitale trasformato in esercizio di sottomissione. Aviva Siegel ha testimoniato un episodio di sadismo deliberato: in un tunnel, i terroristi hanno messo una fascetta di plastica intorno ai polsi di un uomo di Kfar Aza. Molto tempo dopo, un terrorista è arrivato per tagliarla e, nel farlo, ha intenzionalmente ferito la mano dell'uomo. «Non dimenticherò mai il sorriso del terrorista quando lo fece. Lo fece di proposito.» Domani: l'ottavo crimine documentato — esibizione pubblica e parata di donne e bambini.

Attacco all'Europa è la nuova serie di Free4future. Dal 2004 a oggi, il terrorismo jihadista ha colpito il cuore dell'Europa.
Attacco all'Europa è la nuova serie di Free4future. Dal 2004 a oggi, il terrorismo jihadista ha colpito il cuore dell'Europa. Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, Manchester, Barcellona. Centinaia di morti. Migliaia di feriti. Una generazione cresciuta con gli attentati come sottofondo della propria vita. Per cinque settimane a partire dal 25 maggio vi racconteremo gli ultimi vent’anni di questa storia di sangue e di terrore: chi ha colpito, perché, come, e cosa ha cambiato per sempre nel modo in cui viviamo gli spazi pubblici del nostro continente. Senza semplificazioni, senza ideologia, con i fatti — e con le domande scomode che i fatti portano con sé. È stata una guerra — sistematica, pianificata, ideologicamente fondata — condotta da uomini che in molti casi erano nati e cresciuti tra noi. Che conoscevano le nostre città, le nostre abitudini, i nostri orari. Che prendevano la metropolitana come noi, e un giorno hanno deciso di farla esplodere. Ma la guerra non è finita. Si è solo trasformata. Attacco all'Europa dal 25 maggio, su #free4future

L'avvocato di el Koudri è Fausto Giannelli: noto propal, amico di Albanese & friends e un profilo facebook che parla da solo.
L'avvocato di el Koudri è Fausto Giannelli: noto propal, amico di Albanese & friends e un profilo facebook che parla da solo.

DAL CAPITOLO 11 di Hajj Amin Husseini Sacerdote del terrore 11.2 Nessuna pace con Israele Una volta preso lo scettro del potere direttamente dalle mani di al-Husseini, Arafat ripercorse quasi fedelmente ogni azione del proprio predecessore. Così come Al-Husseini aveva costruito la sua autorità sul monopolio della rappresentanza araba - nessun accordo poteva essere firmato senza la sua benedizione e nessun leader palestinese alternativo poteva emergere senza essere distrutto - Arafat costruì l'OLP sullo stesso principio. Come al-Husseini aveva usato il terrore politico interno per eliminare i moderati negli anni Trenta, assassinando il sindaco di Hebron, il sindaco di Haifa, decine di notabili della famiglia Nashashibi e di altre famiglie che cercavano un compromesso con i britannici o con i sionisti, Arafat usò i servizi dell'OLP per eliminare i palestinesi disposti a negoziare con Israele, trasformando il dissenso in tradimento e quindi in condanna a morte. Come al-Husseini aveva trasformato la causa palestinese in uno strumento di veto su tutta la politica araba, in quanto nessun governo arabo poteva firmare un accordo con Israele senza la sua approvazione, pena la denuncia come traditore, Arafat usò la «carta palestinese» per ricattare i leader arabi e impedire qualsiasi normalizzazione con lo Stato ebraico. E ancora, come al-Husseini aveva adottato il terrorismo come strategia militare, fatto di bombe nei mercati, di accanimento sui civili e di incursioni nelle colonie agricole, Arafat fece dello stesso terrore la tattica fondamentale del movimento, nella convinzione, espressa esplicitamente nei suoi discorsi, che la violenza avrebbe «creato e mantenuto un'atmosfera di tensione e ansia che avrebbe costretto i sionisti a realizzare che era impossibile vivere in Israele». Ma non finisce qui. La stessa struttura clientelare posta in atto da Al-Husseini attraverso il Consiglio Supremo Musulmano, che gestiva le entrate religiose di tutta la Palestina, in modo che chiunque cercasse un impiego, una licenza o un permesso dovesse passare attraverso la sua rete, fu replicata da Arafat: i fondi dell'OLP, miliardi di dollari provenienti dai paesi arabi, dall'URSS, e poi dai donatori internazionali, erano controllati direttamente da lui e dalla sua cerchia più ristretta. E i palestinesi dipendevano da tale organizzazione per ogni aspetto della loro vita, dall'istruzione dei figli, all'assistenza sanitaria, al lavoro, ai documenti di viaggio, esattamente come gli arabi del Mandato nel sistema costruito da al-Husseini negli anni Venti e Trenta. Quella dipendenza era la base del potere. In edizione cartacea e in ebook. Segui il link per acquistare il libro. Tutti i proventi vanno a sostenere i progetti di Free4Future! 👇👇👇 https://www.amazon.it/dp/B0H1R7ZTT3

La Fratellanza Musulmana in USA POST 7 - CONCLUSIONE — Quando una struttura viene messa fuori legge Dopo aver ricostruito per
La Fratellanza Musulmana in USA POST 7 - CONCLUSIONE — Quando una struttura viene messa fuori legge Dopo aver ricostruito per sei articoli l’evoluzione organizzativa della Fratellanza Musulmana — dalle cellule degli anni Cinquanta negli Stati Uniti alla riorganizzazione degli anni Novanta, fino alla dimensione transnazionale documentata — la domanda finale non è più se esista una rete. Esiste. È documentata. È storica. La domanda è un’altra: perché un numero crescente di Stati ha deciso di vietarla. In Egitto, dal 2013, la Fratellanza è dichiarata organizzazione terroristica e formalmente bandita. In Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, dal 2014, è inserita nelle liste ufficiali delle organizzazioni terroristiche. Il Bahrain ha adottato la stessa qualificazione. La Russia, già nel 2003, l’ha inclusa tra le organizzazioni estremiste/terroristiche con decisione della Corte Suprema. In Tagikistan e Uzbekistan è vietata come organizzazione terroristica nell’ambito delle leggi nazionali di sicurezza. In Siria è illegale da decenni. Nel 2025 anche la Giordania ha sciolto la branca locale, confiscato beni e vietato ogni attività organizzativa. Questi Paesi non sono identici tra loro. Non condividono lo stesso sistema politico, né la stessa collocazione internazionale. Eppure convergono su un punto: considerano la Fratellanza una struttura incompatibile con la propria sicurezza nazionale. Non stiamo parlando di un movimento clandestino improvvisato. Stiamo parlando di un’organizzazione capace di mantenere coerenza ideologica, trasferire appartenenze, ridefinire le proprie sigle e adattarsi ai contesti senza perdere continuità. È esattamente questa resilienza strutturale che rende il fenomeno diverso da un partito politico ordinario o da una semplice associazione religiosa. Gli Stati che l’hanno vietata non hanno reagito a un singolo episodio, ma a un modello organizzativo percepito come sistemico. Hanno ritenuto che il rischio non fosse episodico, ma strutturale. Si può discutere se ogni decisione sia stata proporzionata o meno. Si può discutere dei contesti politici in cui è stata adottata. Ma non si può ignorare il dato: una pluralità di governi ha ritenuto necessario sciogliere, vietare o designare la Fratellanza come entità da neutralizzare. Il dibattito occidentale spesso oscilla tra minimizzazione e astrazione. Ma quando un’organizzazione viene messa fuori legge in aree geopolitiche diverse e per ragioni di sicurezza dichiarate, il punto non è più ideologico. È giuridico e strategico. Dopo aver analizzato struttura, continuità e capacità di adattamento, la conclusione editoriale è chiara: la Fratellanza Musulmana non è un soggetto neutro del pluralismo internazionale. È una rete organizzata che diversi Stati hanno ritenuto sufficientemente problematica da vietare formalmente. Questo è il dato politico con cui bisogna confrontarsi. La domanda ora riguarda Stati Uniti ed Europa: quale posizione intendono assumere di fronte a una realtà che altri governi hanno già qualificato come questione di sicurezza nazionale? Foto: in evidenza i principali Stati che hanno dichiarato la Fratellanza Musulmana illegale o organizzazione terroristica secondo le rispettive normative nazionali (Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Russia e diversi Stati dell’Asia centrale). La Giordania ha adottato misure analoghe nel 2025.

Spogliate: dal massacro alla prigionia Silenced No More — 6/13 Sesto pattern documentato: Nudità forzata ed esposizione Fonte
Spogliate: dal massacro alla prigionia Silenced No More — 6/13 Sesto pattern documentato: Nudità forzata ed esposizione Fonte: Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas, "Silenced No More", maggio 2026 Il report documenta che la nudità forzata non è stata una conseguenza accidentale dei combattimenti, ma un'arma di deumanizzazione pianificata. L'atto di spogliare le vittime, sia durante il massacro che nei mesi di prigionia, è servito a distruggere la dignità dei singoli, trasformando il corpo in uno strumento di scherno e controllo. L'esposizione sistematica sui siti dell'attacco Lungo le strade e nei pressi del festival Nova, i soccorritori hanno riscontrato una costante: numerosi corpi femminili ritrovati nudi o spogliati dalla vita in giù. Amit Ezra ha descritto ragazze senza vestiti accanto ai veicoli bruciati; in un caso, ha rinvenuto una donna con le gambe ancora sul sedile dell'auto e il resto del corpo nudo a terra. La Commissione ha documentato l'uso della nudità combinata con l'esecuzione anche tra le vittime maschili: immagini d'archivio mostrano uomini spogliati e uccisi lungo le recinzioni dei kibbutz. La spoliazione come trauma del rapimento Per molti ostaggi, la perdita degli abiti ha segnato l'inizio di una realtà di totale privazione dell'identità. Molte donne sono state trascinate via in pigiama o biancheria intima. Romi Gonen ha raccontato che, appena portata all'ospedale Al-Shifa, è stata circondata da circa 15 uomini che le hanno strappato di dosso vestiti e gioielli, lasciandola nuda su un letto in un'esperienza che ha descritto come "fuori dal corpo". Ophelia Roitman, un'anziana rapita da Nir Oz, ha testimoniato di essere stata costretta a spogliarsi completamente da un uomo che si presentava come medico. Il controllo dei corpi in cattività Durante la prigionia, la nudità forzata è diventata uno strumento di sorveglianza e intimidazione costante. Aviva Siegel ha descritto come suo marito Keith fosse stato costretto a radersi i peli pubici davanti ai carcerieri, che ridevano di lui. «Volevo piangere — vedere mio marito umiliato così, con un terrorista di vent'anni che faceva quello che voleva del suo corpo.» Un ostaggio maschio ha denunciato di essere stato filmato nudo sotto la doccia da una telecamera nascosta. Quando se n'è accorto, ha cercato di coprirsi ma non è riuscito a sottrarsi all'inquadratura. Questi atti configurano il crimine di guerra di oltraggio alla dignità personale. La nudità era il mezzo. Il controllo totale era il fine. Domani: il settimo crimine documentato — ammanettamento, legatura e contenzione delle vittime.

Dal capitolo 3 La borsa di Mussolini (1934- 1937) [...] Nel maggio del 1933 si tenne, invece, il primissimo incontro tra il console generale italiano a Gerusalemme, Mariano De Angelis, e al-Husseini. De Angelis spiegò al Gran Muftì che la persistente ostilità verso l'Italia non avrebbe portato alcun vantaggio alla causa araba in generale. Al-Husseini rispose con quella che il console liquidò come «una vecchia serie di luoghi comuni sulle pretese oppressioni e atrocità italiane in Libia», come l'accusa che gli italiani gettassero i musulmani dagli aerei. De Angelis sostenne di essere riuscito a fargli cambiare idea, facendo leva sulle conquiste del regime fascista in Libia e la «nuova forza che l'Italia rappresentava nel mondo.» Al-Husseini, scrisse il console, sembrò impressionato e disponibile a incontrarlo nuovamente. La successiva valutazione di De Angelis sul Gran Muftì fu sprezzante: lo definì «di intelligenza mediocre e tarda, ma di carattere tenace», riconoscendone però l’utilità politica. Dopotutto, al-Husseini aveva un vasto seguito nel mondo musulmano e poteva essere prezioso «nella pratica di una politica verso i paesi musulmani.» De Angelis notò anche che al-Husseini lavorava «per farsi un piedistallo da santone dell'Islam» ed era disposto ad approfittare di qualsiasi circostanza favorevole per i propri scopi. Era esattamente il tipo di leader che Roma poteva manipolare. L'anno successivo, nel 1934, al-Husseini contattò lui stesso il console, proponendo all'Italia una collaborazione. Le autorità fasciste risposero con interesse. L'Italia controllava la Libia ma, come si è accennato, aspirava a un ruolo dominante in tutto il Mediterraneo. Ma c’era di mezzo la Gran Bretagna che controllava l'Egitto e il Canale di Suez, la Palestina mandataria, la Transgiordania e l'Iraq. La Francia, dal suo canto, controllava la Siria e il Libano, a loro volta riunite in un Mandato. Per l'Italia era diventato, quindi, un imperativo indebolire queste due potenze coloniali e il nazionalismo arabo rappresentava un formidabile “cavallo di Troia”. L’inizio della collaborazione, a poco a poco, tramutò il fascismo in un movimento anti-imperialista e sostenitore dei popoli oppressi contro le vecchie potenze coloniali. Era un paradosso, dal momento che l'Italia era essa stessa una potenza coloniale, tanto è vero che stava pianificando l'invasione dell'Etiopia. Tuttavia, il regime riuscì a farsi passare contemporaneamente come impero civilizzatore e liberatore dei popoli soggiogati. Gli arabi palestinesi, presentati come vittime dell'imperialismo britannico e del sionismo, si adattarono perfettamente a questa narrativa. L’atto ufficiale di tale sostegno arrivò in realtà qualche anno dopo, tra il 18 e il 20 marzo 1937, quando Mussolini compì un viaggio ufficiale in Libia. In cartaceo e in ebook su amazon. Segui il link 👇👇👇 https://www.amazon.it/dp/B0GX5PCCBY I proventi vanno tutti a sostenere Free4Future.

Come vi abbiamo detto qualche giorno fa, l'ambasciata iraniana recluta anche in Italia. Giulia Sorrentino su Il GIornale di o
Come vi abbiamo detto qualche giorno fa, l'ambasciata iraniana recluta anche in Italia. Giulia Sorrentino su Il GIornale di oggi.

La Fratellanza Musulmana in USA POST 6 — La svolta del 1992: perché nasce la Muslim American Society (MAS) All’inizio degli a
La Fratellanza Musulmana in USA POST 6 — La svolta del 1992: perché nasce la Muslim American Society (MAS) All’inizio degli anni Novanta la rete nordamericana legata alla Fratellanza si trova davanti a un problema organizzativo. Le strutture create nei decenni precedenti — in particolare la Muslim Students Association (MSA) e la Islamic Society of North America (ISNA) — erano cresciute fino a diventare organizzazioni ampie, pubbliche, frequentate da musulmani di provenienze diverse, non necessariamente legati al nucleo egiziano originario. Questa espansione rappresentava un successo, ma aveva un effetto collaterale: la leadership storicamente connessa alla Fratellanza non esercitava più un controllo diretto e omogeneo su tutte le attività. Le organizzazioni erano diventate piattaforme comunitarie larghe, con dinamiche proprie, sensibilità interne differenti e margini crescenti di autonomia. Nel 1992 viene fondata la Muslim American Society (MAS). I dirigenti coinvolti nella sua creazione provenivano dall’ambiente organizzativo nordamericano già esistente e miravano a costruire una struttura capace di preservare in modo più diretto la continuità ideologica e formativa legata alla tradizione della Fratellanza. MAS si presenta pubblicamente come organizzazione islamica americana. Nei suoi materiali riconosce l’eredità intellettuale del movimento fondato da Hassan al-Banna. Non dichiara di essere una “filiale” formale, ma si colloca esplicitamente dentro quella tradizione. Il punto decisivo non è simbolico, ma funzionale. Con MAS si crea uno spazio organizzativo in cui: – la formazione interna può essere centralizzata; – la selezione dei quadri è più controllata; – il coordinamento con reti affini in Nord America è più diretto. Nel frattempo MSA continua a operare nei campus universitari e ISNA mantiene un ruolo nazionale comunitario. Le sigle non si sostituiscono: si affiancano, con funzioni diverse. È una redistribuzione dei compiti. Questo passaggio conferma un elemento emerso nei post precedenti: la rete non è statica. Quando una struttura diventa troppo ampia o meno allineata, viene affiancata da un nuovo contenitore organizzativo capace di ristabilire coerenza interna. La nascita di MAS nel 1992 non è quindi un episodio isolato, ma una riorganizzazione strategica. Mostra che la rete americana non si limita a crescere: si ristruttura periodicamente per mantenere continuità e coordinamento. Foto: 2025 convention annuale della Muslim American Society (MAS), fondata nel 1992 e ancora oggi attiva nel panorama islamico statunitense.

Attacco all'Europa è la nuova serie di Free4future. Dal 2004 a oggi, il terrorismo jihadista ha colpito il cuore dell'Europa.
Attacco all'Europa è la nuova serie di Free4future. Dal 2004 a oggi, il terrorismo jihadista ha colpito il cuore dell'Europa. Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, Manchester, Barcellona. Centinaia di morti. Migliaia di feriti. Una generazione cresciuta con gli attentati come sottofondo della propria vita. Per cinque settimane a partire dal 25 maggio vi racconteremo gli ultimi vent’anni di questa storia di sangue e di terrore: chi ha colpito, perché, come, e cosa ha cambiato per sempre nel modo in cui viviamo gli spazi pubblici del nostro continente. Senza semplificazioni, senza ideologia, con i fatti — e con le domande scomode che i fatti portano con sé. È stata una guerra — sistematica, pianificata, ideologicamente fondata — condotta da uomini che in molti casi erano nati e cresciuti tra noi. Che conoscevano le nostre città, le nostre abitudini, i nostri orari. Che prendevano la metropolitana come noi, e un giorno hanno deciso di farla esplodere. Ma la guerra non è finita. Si è solo trasformata. Dal 25 maggio, su Free4future

La violenza non finiva con la morte Silenced No More — 5/13 Quinto pattern documentato: Abuso sessuale post-mortem, umiliazio
La violenza non finiva con la morte Silenced No More — 5/13 Quinto pattern documentato: Abuso sessuale post-mortem, umiliazione e profanazione dei corpi Fonte: Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas, "Silenced No More", maggio 2026 Il report documenta una dimensione dell'orrore che supera la morte fisica: la violenza non si è fermata con il decesso delle vittime, ma è proseguita attraverso atti sistematici di abuso sessuale post-mortem e profanazione dei cadaveri, documentati in più siti con modalità ripetitive. Il caso di Joshua Mollel Il report descrive il brutale trattamento del corpo di Joshua Mollel, un giovane studente tanzaniano. Video diffusi da Hamas lo mostrano mentre viene trascinato e picchiato dalla folla. Anche dopo che era ormai privo di vita, il suo corpo è stato calpestato, accoltellato e colpito da spari alla testa. In un video pubblicato sul canale ufficiale di Hamas, Joshua appare parzialmente spogliato, in mutande, con le gambe visibilmente spezzate, mentre il suo cadavere viene trasportato su un camion dove i miliziani lo calpestano. Oggetti estranei e mutilazioni Le testimonianze dei soccorritori offrono prove agghiaccianti della profanazione dei corpi femminili. Un volontario ha raccontato il ritrovamento di una donna con le gambe divaricate: nel tentativo di ricomporla, ha scoperto che era impossibile chiuderle le gambe a causa di alcune lattine inserite profondamente nella sua vagina. Altri soccorritori hanno descritto corpi mutilati con chiodi conficcati nell'addome e organi genitali colpiti da raffiche di proiettili a bruciapelo dopo la morte. In un caso estremo, un testimone ha riferito di aver rinvenuto il corpo di un uomo con i genitali amputati e infilati nella sua stessa bocca. Lo sfregio dei volti e la profanazione digitale Il personale dell'obitorio di Shura ha identificato un pattern specifico: molte donne, dopo essere state uccise con colpi al cuore, sono state colpite ripetutamente al volto e agli occhi. L'assenza di sanguinamento conferma la loro natura post-mortem. I terroristi hanno usato poi i telefoni delle vittime per pubblicare le foto dei cadaveri martoriati direttamente sui loro profili social, costringendo familiari e amici a scoprire la verità nel modo più sadico possibile. Questi atti configurano il crimine di guerra di oltraggio alla dignità personale, che il diritto internazionale estende espressamente ai defunti. Le prove sono agli atti. Domani: il sesto crimine documentato — nudità forzata ed esposizione delle vittime.

Oggi pomeriggio a Modena, in pieno centro, un'auto ha travolto un gruppo di pedoni in via Emilia Centro, ferendo almeno 7 per
Oggi pomeriggio a Modena, in pieno centro, un'auto ha travolto un gruppo di pedoni in via Emilia Centro, ferendo almeno 7 persone. Il conducente, dopo l'impatto, è sceso dal veicolo e ha tentato di accoltellare un passante che cercava di fermarlo. L'uomo è stato bloccato e arrestato dalle forze dell'ordine. Alcuni feriti sono in gravi condizioni, una donna ha perso entrambe le gambe. Il conducente è un cittadino italiano di origine tunisina. Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti ha definito l'episodio un "atto drammatico" invitando alla calma

I matrimoni delle bambine in Afghanistan: da una tragedia già esistente a una norma di Stato I matrimoni delle bambine in Afghanistan non sono una novità introdotta dai Taliban. Prima del loro ritorno al potere nel 2021 la situazione era già drammatica. Sulla carta la legge della Repubblica fissava a 16 anni l’età minima per il matrimonio delle ragazze, ma nella realtà questa regola veniva sistematicamente ignorata. Padri, famiglie e tribunali religiosi combinavano unioni di bambine di 12, 13 anni o anche più piccole, soprattutto nelle zone rurali. Era una pratica diffusa, giustificata da una interpretazione rigida della sharia. I Taliban, però, sono riusciti a peggiorare anche questo quadro già terribile. Con la nuova regolamentazione intitolata “Principles of Separation Between Spouses”, approvata dal leader supremo Hibatullah Akhundzada e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, hanno eliminato del tutto qualsiasi limite di età minimo. Non esiste più nemmeno la finzione dei 16 anni. La norma va addirittura oltre il vecchio “diritto del padre-padrone”. Prima era principalmente il padre (o in alcuni casi il nonno paterno) ad avere l’autorità assoluta di decidere il destino della figlia. Ora la legge estende questo potere a tutta la famiglia allargata: zii, fratelli maggiori, cugini e altri parenti possono organizzare il matrimonio di una minorenne. Basta che lo sposo sia considerato “socialmente compatibile” e che venga pagata una dote adeguata e il contratto è valido. La bambina potrà opporsi solo dopo aver raggiunto la pubertà e soltanto presentando ricorso a un tribunale talibano. In pratica, un ostacolo insormontabile. I Taliban hanno trasformato una pratica già vergognosa e diffusissima in una norma ufficiale dello Stato. Da una situazione di merda sono passati a una situazione peggiore, codificata, regolamentata e protetta dalla legge. Hanno istituzionalizzato il controllo totale sulla vita delle bambine, togliendo anche quelle briciole di limite civile che esistevano solo sulla carta. Questo è l'Islam politico. E il silenzio internazionale, come sempre, è assordante.

La Fratellanza Musulmana in USA POST 5 Come una multinazionale: la Fratellanza è una rete globale Se l’adesione alla Fratella
La Fratellanza Musulmana in USA POST 5 Come una multinazionale: la Fratellanza è una rete globale Se l’adesione alla Fratellanza può avvenire fuori dall’Egitto, il passo successivo è capire se quell’appartenenza resta “valida” quando una persona cambia Paese. Qui entra in gioco un elemento documentale preciso: l’esistenza di meccanismi formali di trasferimento della membership tra strutture nazionali. Questo aspetto emerge nell’ambito di un’indagine condotta dalla Canada Revenue Agency (CRA) sulla Muslim Association of Canada (MAC). La CRA non è un organo di intelligence: è l’autorità fiscale canadese. Quando avvia un audit su un ente, l’obiettivo è verificare attività, flussi, governance e coerenza tra finalità dichiarate e operatività reale. In questo caso, l’indagine è stata estesa e profondissima: 13 mesi di lavoro, 30 visite ispettive, 27 interviste, oltre a una revisione massiva di dati, tra cui 1 milione di transazioni bancarie, 60 conti correnti, 415.874 email e 63.523 file digitali. Dentro quel materiale non compaiono solo contabilità e bilanci: compaiono anche comunicazioni interne che descrivono come la membership venga trattata come uno status riconosciuto e trasferibile. In particolare emergono riferimenti a transfer letters, lettere di trasferimento: documenti che accompagnano lo spostamento di un membro da una struttura nazionale all’altra, attestando continuità di appartenenza. Qui il punto è decisivo e va capito bene: non stiamo parlando della normale partecipazione a eventi pubblici, né dell’iscrizione a un’associazione culturale. Stiamo parlando di appartenenza organizzativa interna, quella che passa attraverso percorsi graduali e riconoscimento gerarchico. Se esiste una “lettera di trasferimento”, significa che il movimento tratta la membership come un’identità organizzativa formale, non come un semplice orientamento ideale. Inoltre, nelle comunicazioni analizzate compare il collegamento tra MAC in Canada e l’ambiente statunitense, in particolare con la Muslim American Society (MAS), descritta come realtà “sorella” sul piano organizzativo. Il quadro che emerge è quello di una rete nordamericana non composta da entità isolate, ma da strutture in relazione tra loro, capaci di riconoscere e assorbire membri che si spostano oltre confine mantenendo continuità di status. In termini concreti, questo significa che l’appartenenza non si interrompe quando una persona cambia Paese. Se un membro si sposta dal Canada agli Stati Uniti, o viceversa, la struttura registra il trasferimento e ne mantiene il riconoscimento interno. Non è una nuova adesione, ma la prosecuzione della stessa appartenenza. Questo elemento mostra che la rete nordamericana opera come un sistema coordinato. Le organizzazioni sono collocate in Stati diversi, ma il riconoscimento interno segue una logica unitaria. La dimensione internazionale non è soltanto ideologica: è incorporata nel funzionamento organizzativo.

L'uccisione era la fase finale Silenced No More — 4/13 Quarto pattern documentato: Uccisione ed esecuzione in concomitanza co
L'uccisione era la fase finale Silenced No More — 4/13 Quarto pattern documentato: Uccisione ed esecuzione in concomitanza con la violenza sessuale Fonte: Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas, "Silenced No More", maggio 2026 Il report evidenzia un dato che definisce la natura stessa dell'attacco: la stragrande maggioranza delle vittime di violenza sessuale del 7 ottobre non è sopravvissuta per testimoniare. L'uccisione non è stato un atto separato, ma la fase conclusiva dell'assalto sessuale. I ricercatori hanno identificato un pattern ricorrente di esecuzioni subentrate in un tempo molto ravvicinato allo stupro, mirate a silenziare definitivamente il corpo violato. L'esecuzione durante l'atto Una testimone indicata nel report come "Sapir" ha descritto un assalto di gruppo in cui un miliziano ha sparato alla testa di una giovane donna mentre l'atto sessuale era ancora in corso. Lungo la Strada 232, Raz Cohen ha assistito all'esecuzione di una donna trascinata fuori da un veicolo, violentata, accoltellata ripetutamente fino alla morte e poi violata nuovamente una volta esanime. La firma del crimine: nuda, legata, giustiziata. L'analisi forense ha permesso di isolare una firma operativa ricorrente. Lungo la Route 232 e nel perimetro del Nova, i soccorritori hanno rinvenuto corpi femminili — e in alcuni casi maschili — con tre caratteristiche costanti: nudi dalla vita in giù, mani legate dietro la schiena, colpi alla nuca o al volto. Questa combinazione dimostra per la Commissione che l'omicidio non è stato un incidente del combattimento, ma il completamento deliberato di un atto di tortura sessualizzata. Decapitazioni e violenza estrema Il report documenta casi in cui l'esecuzione ha assunto forme di mutilazione estrema. Yoni Saadon, sopravvissuto del Nova, ha testimoniato di aver visto una donna tentare di resistere agli aggressori che cercavano di spogliarla; i miliziani l’hanno scaraventata a terra e uno l’ha decapitata con una vanga. Nelle basi militari, soldatesse in pigiama sono state giustiziate nei rifugi dopo essere state abusate, con gli assalitori che filmavano gridando slogan religiosi. Conclusioni legali L'integrazione tra violenza sessuale e uccisione configura quello che il diritto internazionale definisce "omicidio sessuale". La Commissione conclude che l'eliminazione delle vittime ha avuto tre scopi: distruggere l'umanità della vittima, cancellare la bellezza attraverso spari al volto, eliminare i testimoni dei crimini più gravi. Questi atti sono stati furono eccessi casuali ma frutto di un metodo consolidato. Domani: il quinto crimine documentato — abuso sessuale post-mortem, umiliazione e profanazione dei corpi.