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Bruxelles, Nizza: l’ISIS fa strage in Europa
Aeroporto di Zaventem, 22 marzo 2016: due esplosioni devastano la zona delle partenze
Bruxelles, aeroporto di Zaventem, 22 marzo 2016, ore 7:58. Ibrahim el-Bakraoui e Najim Laachraoui spingono alcuni carrelli con dei bagagli verso i banchi del check-in. Nei borsoni ci sono bombe a chiodi. Due esplosioni, a pochi secondi l'una dall'altra, devastano la zona delle partenze causando dell’immediato 16 morti e 80 feriti. Il terzo attentatore, Mohamed Abrini, immortalato dalle telecamere con un cappello calato sulla testa, abbandona il bagaglio inesploso e fugge a piedi dall'aeroporto.
73 minuti dopo, alle 9:11, un convoglio della metropolitana appena ripartito dalla stazione di Maelbeek, nel cuore del quartiere delle istituzioni europee, a poche centinaia di metri dal Parlamento e dalla Commissione, viene squarciato da una terza esplosione. Khalid el-Bakraoui, fratello di Ibrahim, si fa saltare in aria sul secondo vagone. Altri 16 morti.
32 vittime in totale. Il peggior attentato nella storia del Belgio dal dopoguerra. Gli attentatori facevano parte della stessa rete che quattro mesi prima aveva colpito Parigi; erano cresciuti a Molenbeek, addestrati in Siria, protetti dai medesimi complici. Pochi giorni prima, la polizia aveva arrestato Salah Abdeslam, l'unico sopravvissuto del commando di Parigi.
Nizza, Promenade des Anglais, 14 luglio 2016, ore 22:34. I fuochi d'artificio della festa nazionale erano appena finiti. 30.000 persone affollavano il lungomare. Alle 22:34, Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, 31 anni, tunisino residente a Nizza, camionista, già in libertà vigilata per violenza domestica, ha premuto sull'acceleratore di un camion Renault Midlum di 19 tonnellate e si è scagliato contro le persone che passeggiavano sui marciapiedi.
Il camion ha percorso il lungomare ai novanta all’ora per oltre due chilometri, guidando a zig-zag per colpire il maggior numero di persone. Contemporaneamente, Bouhlel sparava dal finestrino. L’attacco terroristico ha causato 80 morti, tra cui 15 minorenni, e 458 feriti.
Il terrorista tunisino è stato poi freddato dalla polizia mentre il camion ancora si muoveva.
Bouhlel non era un militante formato, né aveva frequentato una moschea prima di allora. Si era fatto crescere la barba solo otto giorni prima dell'attacco, dopo essere stato indottrinato, secondo il racconto di uno zio, in un paio di settimane da un membro locale dell'ISIS . Non era il prodotto di anni di reclutamento come i terroristi di Bruxelles. Era il prodotto di settimane. E di un camion noleggiato.
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Marco Travaglio e i due pesi
Marco Travaglio ha una teoria della diffamazione. Come tutte le teorie, vale finché si applica agli altri.
Primo caso. Il 7 ottobre 2024, nell'anniversario del massacro del Nova Festival, il Fatto Quotidiano pubblica una vignetta di Natangelo: le vittime del peggior pogrom dalla fine della Seconda Guerra Mondiale descritte come responsabili della propria morte, i loro assassini come "combattenti per la libertà". Simone Lenzi, scrittore ed ex assessore alla cultura di Livorno, reagisce pubblicamente. Definisce il giornale un laboratorio di abiezione morale, lo paragona a Der Stürmer. Non scrive il nome di Travaglio. Non lo cita. Non lo menziona. Travaglio lo querela lo stesso, sostenendo che chi critica il giornale lo diffama direttamente: lui è l'immagine del Fatto, quindi ogni attacco al giornale è un attacco a lui. Il PM chiede l'archiviazione. Travaglio ottiene l'imputazione coatta. Lenzi viene processato. Natangelo non è mai stato indagato. La vignetta è ancora online.
Secondo caso. Per mesi il Fatto Quotidiano pubblica oltre cinquanta articoli su Arrigo Cipriani e Nicole Minetti con nome e cognome: festini con escort in Uruguay, rapporti con Jeffrey Epstein, dubbi sull'adozione di un figlio malato. La testimone chiave ritratta poi davanti a notaio. La Procura Generale di Milano smentisce la ricostruzione del giornale e conferma i presupposti della grazia. Cipriani porta Travaglio in giudizio. Travaglio grida alla libertà di stampa.
Riepilogando: criticare un giornale senza nominarne il direttore è diffamazione. Pubblicare cinquanta articoli su una persona con nome e cognome, basati su testimonianze poi ritrattate, è giornalismo. Almeno, così lo chiama Travaglio.
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Il Babbo Natale del terrore
Lo chiamavano Papa Noel — Babbo Natale — per i soldi che distribuiva ai giovani di Molenbeek. Khalid Zerkani, 42 anni, marocchino residente a Bruxelles, non aveva l'aspetto di un generale. Gestiva una banda di ladruncoli che rapinava turisti nel centro della città e usava il ricavato per pagare viaggi in Siria — fino a 4.000 Euro a recluta. Tra il 2012 e il 2014 almeno 60 giovani legati alla sua rete lasciarono il Belgio per unirsi all'ISIS. I giudici belgi lo definirono «il più grande reclutatore di jihadisti del Belgio».
Il suo metodo non era teologico ma sociale. Zerkani individuava ragazzi ai margini, spesso pregiudicati, disoccupati, con uno scarso o nullo background islamico e li integrava in un gruppo che offriva denaro, identità e appartenenza. Operava in clandestinità, al contrario degli altri predicatori radicali belgi che tenevano comizi in strada e avevano siti internet. I suoi reclutati avevano storie di criminalità comune che li rendevano abili a muoversi nell'ombra, per procurarsi documenti falsi o armi attraverso contatti nel mercato nero. Erano gangster, prima ancora che jihadisti.
Tra i suoi reclutati ci furono Abdelhamid Abaaoud, coordinatore degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, e Najim Laachraoui, il costruttore delle bombe di Parigi e Bruxelles. Accanto a loro c'era Fatima Aberkan, soprannominata la «passionara del jihad», madre di tre dei membri della rete, che cucinava per i terroristi più ricercati d'Europa e li nascondeva nella propria casa quando erano in fuga. Una famiglia intera al servizio del Califfato. Zerkani fu arrestato nel 2014 e condannato a dodici anni di carcere ma era ormai tardi.
La rete che aveva costruito era avviata e continuò a colpire anche in sua assenza. Il 22 marzo 2016, i fratelli Ibrahim e Khalid el-Bakraoui, anch'essi cresciuti nell'orbita della sua rete e con una lunga storia di rapine a mano armata, fecero esplodere gli ordigni dell'aeroporto di Zaventem e della stazione di Maelbeek causando 32 morti. La Turchia aveva rimpatriato Ibrahim el-Bakraoui in Belgio mesi prima, avvisando le autorità belghe della sua pericolosità.
Ma il Belgio lo aveva ignorato.
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La colpa è dei bambini. Parola del sindaco.
A Modena, 180 bambini tra gli 8 e i 10 anni incontrano il sindaco Mezzetti e due ospiti: un giornalista di Al Jazeera e il suo “interprete.”
L’“interprete” è Sulaiman Hijazi — indagato per terrorismo, braccio destro di Hannoun, oggi in carcere come referente di Hamas in Italia. Il 7 ottobre 2023, mentre venivano uccise 1.200 persone, Hijazi scriveva sui social: “Oh Dio Grazie” — con due cuori verdi.
I bambini intonano “Free free Palestine.”
La risposta del sindaco: “Chi ha portato i bambini a fare questo farebbe bene a chiedere scusa alle famiglie.” 
Quindi: l’evento lo ha organizzato il Comune. Il sindaco era presente. L’indagato era lì. I bambini cantavano.
Ma la responsabilità è di chi non poteva opporsi.
In questa regione, la colpa è sempre di qualcun altro. Stavolta tocca agli otto anni.
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7 OTTOBRE. FINE DEL SILENZIO
Il nuovo podcast di Free4future.
In 13 episodi, una storia di terrorismo spacciato per
resistenza.
On line dal 15 giugno, su Spotify e YouTube
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Il sindaco di Modena non sapeva niente.
Non sapeva che c'era Hijazi, non sapeva che hanno cantato FreePalestine a scuola, non sapeva niente. L'ha detto lui.
Chi è che quindi si è interfacciato con Hijazi per prendere accordi essendo lui il tramite per Dawdouh? Chi è la figura con cui lui ha legami a Modena?
Non va dimenticato che parliamo dello stesso territorio in cui Abu Rawwa, indagato per concorso esterno nel medesimo processo, ha acquistato all'asta decine e decine di case: per la precisione tra appartamenti e terreni, distribuiti tra Modena e Reggio Emilia siamo a quota 90.
Il suo legale è Fausto Gianelli, lo stesso di Salim El Koudri, il 31enne marocchino che meno di tre settimane fa si è schiantato con la sua Citroen C3 in pieno centro tentando di commettere una strage. Lo stesso Gianelli che il 2 Giugno ha partecipato a un evento proprio a Modena con la deputata di 5 Stelle Stefania Ascari e, stranamente, proprio con Dawdou.
https://www.ilgiornale.it/news/politica/scoppia-caso-hamas-scuola-sindaco-pd-non-sapevo-2675150.html
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https://www.iltempo.it/attualita/2026/06/08/news/hamas-soldi-italia-finanziamenti-ramy-abdu-mohammad-hannoun-inchiesta-esclusiva-48066664/
La Corte di Cassazione, nell’aprile 2026, ha annullato con rinvio l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Mohammad Hannoun (e di altri indagati), rinviando gli atti a una diversa sezione del Tribunale del Riesame di Genova. Le motivazioni depositate a fine maggio hanno evidenziato criticità su alcune fonti indiziarie, in particolare su documenti di provenienza israeliana e su elementi definiti generici o basati solo su fonti aperte, chiedendo una rivisitazione complessiva dell’impianto probatorio. Hannoun resta comunque in carcere in attesa della nuova decisione del riesame. Tuttavia, gli atti dell’«Operazione Domino» del Tribunale di Genova contengono prove concrete acquisite direttamente in Italia che riguardano anche Ramy Saleh Ismail Abdu (noto come Ramy Abdu), fondatore e presidente dell’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor (Euro-Med) con sede a Ginevra. Gli elementi concreti su Abdu come snodo turco sono supportati da prove documentali italiane e da un quadro di legami con Hamas consolidato da anni, facilmente riscontrabile sia attraverso fonti aperte sia attraverso attività d’indagine. L’inchiesta, scattata il 27 dicembre 2025, ha portato a nove arresti e al sequestro di circa 8 milioni di euro, colpendo una rete accusata di convogliare fondi verso l’organizzazione terroristica palestinese Hamas attraverso coperture caritative, secondo l’accusa, in particolare l’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP) di Genova, guidata proprio da Hannoun, e poi attraverso Euro-Med di Abdu.
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Repost from Israele Senza Filtri 🇮🇹🔺🇮🇱
⭕️David Azoulay, capo del consiglio locale di David Azoulay, capo del consiglio locale di Metulla:
"Ci dicono di un cessate il fuoco, ma anche questa mattina i bambini e i genitori di Metulla sono usciti verso la scuola sotto un fuoco incessante. Dopo una notte rumorosa di esplosioni e aerei, ci siamo svegliati anche questa mattina con una serie di intercettazioni e allarmi per l'intrusione di un drone kamikaze proprio mentre i bambini dovevano andare a scuola. A qualcuno nel governo israeliano sembra normale e logico che un cessate il fuoco appaia così?”
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Il camion, arma del jihad
Il 22 marzo 2016, alle 7:58 del mattino, due bombe esplosero all'aeroporto di Zaventem, Bruxelles. Un'ora dopo, una terza esplosione colpì la stazione della metropolitana di Maelbeek, nel cuore del quartiere europeo della città. 32 morti, 314 feriti. Gli attentatori facevano parte della stessa rete che quattro mesi prima aveva colpito Parigi.
Quattro mesi dopo, il 14 luglio 2016, un camion di 19 tonnellate ha percorso quasi due chilometri sulla Promenade des Anglais di Nizza, falciando la folla raccolta per i fuochi d'artificio della festa nazionale. 86 morti. L'attentatore era un tunisino residente a Nizza, con precedenti per violenza domestica, che si era radicalizzato in poche settimane. Da solo. Senza una rete, senza addestramento, senza finanziatori.
Due attentati, due modelli opposti. Bruxelles era il prodotto di anni di reclutamento, pianificazione, addestramento in Siria, coordinamento tra cellule in tre paesi. Nizza era il prodotto di un uomo, un camion e un'istruzione audio diffusa dall'ISIS nel 2014: «Se non potete trovare esplosivi, investite i nemici con il vostro veicolo.»
Bruxelles mostrava quanto fosse difficile smantellare una rete jihadista radicata in Europa. Nizza mostrava qualcosa di più inquietante: che non serviva nemmeno una rete.
Questa settimana affronteremo gli attentati islamisti in Europa del 2016. Conosceremo Khalid Zerkani, il predicatore marocchino di Molenbeek che reclutò i terroristi di Parigi e Bruxelles e che i giudici belgi definirono «il più grande reclutatore di jihadisti del Belgio». Ricostruiremo le due mattine di sangue, Bruxelles a marzo, Nizza a luglio e capiremo come l'ISIS ha trasformato un camion in un'arma di distruzione di massa, aprendo una stagione di attentati che avrebbe poi colpito Berlino, Barcellona e Londra.
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Nella città dei balocchi puoi essere tutto ciò che desideri.
Solidarietà ai bolognesi.
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È online il secondo episodio del nuovo podcast di Free4future "Attacco all'Europa".
Come si sono radicalizzati i terroristi che hanno compiuto gli attentati a Madrid, Londra e Parigi? Scoprilo qui 👉
https://open.spotify.com/episode/3KIIzCAKgwtVIaiSpyA3ve?si=NYRy_UK0RH2IW88-3S5c-Q
Puoi ascoltare il podcast anche su YouTube qui 👉https://youtu.be/V37MOkd8o6I
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Repost from Israele Senza Filtri 🇮🇹🔺🇮🇱
⭕️🏴Le proteste guidate dagli studenti si stanno diffondendo in tutto l’Iran.
Manifestazioni sono state segnalate a Teheran, Karaj, Isfahan, Shiraz, Mashhad e in altre città, mentre sempre più giovani iraniani scendono in piazza contro il regime.
I video mostrano i manifestanti che scandiscono lo slogan: “Non abbiate paura, non abbiate paura, siamo tutti insieme.”
Nonostante i rischi, gli iraniani continuano a sfidare il regime. Il messaggio che arriva dalle strade è chiaro: la lotta per il futuro dell’Iran è tutt’altro che finita.
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Non venivano da lontano. Abitavano qui
Il 2015 fu l'anno in cui la Francia pagò il conto di due decenni di radicalizzazione ignorata. Tra il 7 gennaio e il 13 novembre morirono 147 persone in due attentati diversi per bersagli e dinamica, ma identici per matrice: giovani uomini cresciuti in Francia e in Belgio, figli dell'immigrazione nordafricana, che avevano trovato nel jihadismo una risposta violenta a una vita ai margini. Il jihad francese non fu un'importazione, bensì un prodotto interno.
1. Gennaio 2015: Bersagli simbolici
Il settimanale Charlie Hebdo era nel mirino dei fondamentalisti da anni. Nel 2006 la redazione finì al centro delle polemiche internazionali per aver ripubblicato delle vignette satiriche danesi su Maometto. Il 2 novembre 2011, nel giorno in cui il giornale uscì con un numero speciale sulla vittoria degli islamisti in Tunisia, la sede fu oggetto di un lancio di molotov. Nella Penisola Arabica, Al-Qaeda (AQAP) inserì il direttore Stéphane Charbonnier — detto Charb — nella lista dei suoi bersagli, tanto che la redazione lavorò per anni sotto la protezione della polizia.
Alle 10:19 del 7 gennaio 2015, Chérif Kouachi inviò l'ultimo messaggio dal suo telefono. Meno di un'ora dopo, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi — franco-algerini di Gennevilliers, rispettivamente di 34 e 32 anni, già noti ai servizi segreti — parcheggiarono l'auto nell'undicesimo arrondissement di Parigi. Chérif era stato condannato per terrorismo nel 2008 e rilasciato dopo diciotto mesi: il sistema giudiziario francese non si dimostrò attrezzato per gestire detenuti che uscivano dal carcere più radicalizzati di quando vi erano entrati.
Armati di kalashnikov, i due terroristi penetrarono inizialmente nel palazzo sbagliato, spararono in aria e chiesero dove fosse la redazione...
Per leggere il resto dell'approfondimento, clicca qui 👉 https://free4future.info/?p=3991
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7 OTTOBRE. FINE DEL SILENZIO
Il nuovo podcast di Free4future.
In 13 episodi, una storia di terrorismo spacciato per
resistenza.
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Pina Picierno ha lasciato il PD. Speriamo la seguano in molti. Un partito che deve dissolversi.
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2015, jihad a Parigi
Il settimanale satirico Charlie Hebdo era da anni nel mirino degli estremisti: nel 2011 la redazione fu colpita da una molotov e il direttore Stéphane Charbonnier (Charb) viveva sotto scorta dopo essere stato indicato come bersaglio da Al-Qaeda.
La mattina del 7 gennaio 2015 i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, franco-algerini radicalizzati e legati ad Al-Qaeda, fecero irruzione nella sede del giornale a Parigi armati di kalashnikov. Dopo aver ucciso un tecnico all’ingresso, raggiunsero la sala riunioni e massacrarono undici persone, tra cui Charb e i noti vignettisti Cabu, Wolinski, Tignous e Honoré. Durante la fuga uccisero anche il poliziotto Ahmed Merabet.
Dopo due giorni di caccia all’uomo, il 9 gennaio i Kouachi si barricarono in una tipografia a Dammartin-en-Goële. Le forze speciali intervennero nel pomeriggio, uccidendo i terroristi. Nello stesso momento, a Parigi, un loro complice assaltava il supermercato kosher Hyper Cacher.
I tre giorni di terrore provocarono diciassette vittime. L’11 gennaio due milioni di persone sfilarono a Parigi nella più grande manifestazione della storia francese, interrogandosi su come due giovani cresciuti in Francia fossero arrivati a compiere una simile strage.
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DA: HAJJ AMIN HUSSEINI SACERDOTE DEL TERRORE.
Nel capitolo 10 si mostrano e si analizzano le ragioni del fallimento di Husseini nella costruzione di un nuovo stato arabo accanto allo stato di Israele. Ragioni che sono valide ancora oggi.
Qui potete leggere la prima. Per le altre, seguite il link e acquistate il libro, tutti i proventi vanno a Free4Future!
Capitolo 10 La sconfitta e l’eredità (1947-1974).
Perché non c’è mai stato uno Stato arabo unito
La prima e più profonda ragione del fallimento fu che al-Husseini non si concentrò mai a delineare i contorni di uno Stato arabo indipendente, creandone istituzioni e proponendo un’organizzazione para-statuale atta a governarlo. Il suo scopo fu, prevalentemente, attuare ogni mossa possibile per distruggere il progetto sionista e contrastare il colonialismo britannico.
Infatti, mentre al-Husseini demoliva sistematicamente qualsiasi struttura istituzionale alternativa alla propria rete di potere personale, faceva assassinare i notabili moderati, destituiva gli imam indipendenti ed espropriava i fondi religiosi destinati alle moschee e alle scuole, l’Yishuv, la comunità ebraica del Mandato britannico, costruiva con ostinata metodicità tutto ciò che uno Stato richiede: un'agenzia diplomatica riconosciuta dalla comunità internazionale, la Jewish Agency; un sistema scolastico e universitario in lingua ebraica; ospedali, cooperative agricole, strutture sindacali, tribunali; e soprattutto un esercito - l’Haganah - con una catena di comando, una logistica, un sistema di reclutamento e una dottrina militare.
Come documenta Rubin, quando Ben-Gurion proclamò l'indipendenza, Israele aveva «già praticamente tutto: mancava solo il riconoscimento ufficiale».
Al-Husseini aveva costruito il suo movimento interamente attorno alla propria persona. Il Consiglio Supremo Musulmano, che gestiva i fondi religiosi dell'intera regione, era un suo strumento di patronage personale, non un'istituzione pubblica. Il Comitato Superiore Arabo era l’organo politico attraverso cui gestiva l’eliminazione dei dissidenti. Non esisteva una burocrazia, non esistevano tribunali civili, non esisteva un sistema fiscale, non esisteva un piano urbanistico, non esisteva nemmeno una lista di chi avrebbe occupato i ministeri del futuro Stato. Esistevano solo le bande del Muftì, finanziate con prelievi coattivi dai villaggi arabi e con i fondi estorti ai commercianti.
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Antenna Antisemitismo per i social
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Da oggi si possono segnalare tutti gli episodi di antisemitismo sui social.
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