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Scienza in rete

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Scienza in rete è un giornale di attualità e cultura scientifica. È un progetto editoriale dell'Agenzia Zadig condiviso con il Gruppo 2003 per la ricerca, un'associazione di ricercatori italiani highly cited nata per promuovere la cultura

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Il Nobel 2026 per la fisiologia o medicina è andato a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel «per le scoperte sui canali ionici attivati dalla luce e sull’optogenetica». Il pezzo decisivo di questo strumento lo ha costruito la selezione naturale in un’alga unicellulare. La storia comincia con una domanda di fisiologia cellulare: come fa Chlamydomonas reinhardtii, un’alga verde, a nuotare verso la luce. Nel 1991 Hegemann e Hartmann Harz misurarono le correnti elettriche prodotte dall’illuminazione e videro che erano troppo rapide per una cascata di secondi messaggeri: sensore e canale potevano coincidere nella stessa proteina. Fra il 2002 e il 2003 furono caratterizzate le canalrodopsine, proteine di membrana che sono esse stesse canali ionici aperti direttamente dalla luce. Nel 2005 Edward Boyden, Feng Zhang e Deisseroth, in collaborazione con Nagel ed Ernst Bamberg, introdussero il gene in neuroni di ratto in coltura: impulsi di luce blu evocavano potenziali d’azione con precisione dell’ordine del millisecondo. La canalrodopsina ha bisogno di retinale, il derivato della vitamina A che assorbe il fotone, e nei neuroni dei mammiferi quello già presente bastava. Una proteina di un’alga funziona in un neurone di roditore perché la vita sulla Terra discende da un antenato comune e conserva un nucleo profondo di macchinari molecolari. La stessa logica vale per la proteina fluorescente verde, che viene da una medusa, per l’enzima resistente al calore della reazione a catena della polimerasi, isolato da un batterio delle sorgenti termali di Yellowstone, e per CRISPR, un sistema immunitario adattativo con cui i batteri si difendono dai virus. Se ne ricava un argomento a favore della ricerca di base. Nessuno poteva prevedere che la fototassi di un’alga avrebbe fornito il controllo ottico dei neuroni. Sono migliaia gli organismi studiati per curiosità senza che ne sia derivata alcuna ricaduta strumentale. Finanziare la ricerca mossa dalla curiosità significa campionare in modo ampio lo spazio delle soluzioni evolute, accettando che la gran parte dei campioni non produca strumenti: è l’unica strategia razionale quando non si sa dove cercare. Con l’optogenetica ci si può chiedere se attivare una popolazione di neuroni produce un comportamento e se silenziarla lo abolisce. Serve però prudenza: la luce impone ai neuroni bersaglio una sincronia e una regolarità di scarica che l’attività spontanea non ha. In clinica, nel 2021 José-Alain Sahel e colleghi hanno descritto un recupero parziale della funzione visiva in un paziente con retinite pigmentosa. È un caso singolo e la funzione rimane lontana dalla norma. La regola del Nobel limita a tre i premiati. Boyden firmò come primo autore il lavoro del 2005 e ne rivendica la coideazione. Gero Miesenböck aveva ottenuto già nel 2002 il primo controllo ottico geneticamente codificato dei neuroni. https://www.scienzainrete.it/articolo/lalga-che-cercava-luce-nobel-loptogenetica-e-lezione-dellevoluzione/gilberto-corbellini

La classifica dei migliori ospedali specializzati del mondo, prodotta ogni anno da Newsweek con la collaborazione di Statista, riguarda 13 discipline, dalla cardiologia all'oncologia. Ai primi posti ci sono soprattutto i grandi ospedali americani. In Italia emergono gli istituti a carattere scientifico, specie privati, e i grandi policlinici, concentrati soprattutto in Lombardia e nel Lazio. Il punteggio dipende per l'83,5 per cento da un sondaggio internazionale sulla reputazione: oltre 42mila giudizi raccolti tra maggio e giugno 2026. I partecipanti non lavorano su una lista: segnalano qualunque ospedale ritengano degno di essere raccomandato, escluso il proprio. Le segnalazioni sono pesate secondo l'esperienza professionale di chi risponde e si tiene conto anche di quelle degli ultimi due anni, ma la metodologia non dice come. Un altro 10 per cento viene da accreditamenti e certificazioni. Nell'elenco delle fonti ritenute valide non ne compare nessuna italiana e non si ricava come il punteggio venga costruito. Il restante 6,5 per cento riguarda i PROMs, i questionari compilati dai pazienti su benessere funzionale e qualità della vita. Il punteggio valuta come l'ospedale li raccoglie, li analizza e li usa, ed è assegnato solo agli ospedali che partecipano a un'indagine annuale di Newsweek e Statista. Partecipare all'indagine non si paga. Si pagano gli eventuali servizi aggiuntivi di Statista e la licenza per usare in forma ufficiale il riconoscimento ottenuto. Statista è da una parte garante di oggettività, dall'altra operatore nel mercato dei servizi offerti a chi partecipa. I punteggi totali e per singola voce degli ospedali raccomandati non si trovano. Le posizioni risentono di variabili poco governate o influenzabili, come la selezione degli esperti e l'adozione dei PROMs. Per i cittadini il rischio è cercare a tutti i costi un ospedale migliore per problemi che una struttura del proprio territorio potrebbe prendere in carico. Per le politiche sanitarie il rischio è sovrainvestire sui super ospedali. Già oggi il Bambino Gesù prende 120 milioni in più l'anno oltre al valore della sua produzione e il Policlinico Gemelli ha appena avuto un finanziamento extra di 60 milioni per otto progetti strategici. Gli Stati Uniti sono il paese con più ospedali nella classifica. Secondo l'edizione 2025 di Health at a glance dell'OCSE la loro mortalità evitabile standardizzata è di 312 ogni 100.000 abitanti (dati 2022), contro 145 in Italia nel 2023. Lombardia e Lazio, le due regioni con più ospedali di eccellenza secondo Newsweek, sono al sesto e al dodicesimo posto nella classifica delle sanità regionali costruita sui punteggi 2024 degli indicatori con cui il ministero della Salute monitora i Livelli essenziali di assistenza. https://www.scienzainrete.it/articolo/migliori-ospedali-specializzati-del-mondo-ma-cosa-seria/claudio-maffei/2026-10-05

Clima: i punti di svolta non sono tutti negativi Oggi si parla di tipping points con riferimento al cambiamento climatico: soglie che, se superate, determinano conseguenze rapide e spesso irreversibili. L'IPCC se ne è occupato in molti rapporti. In quello del 2019 su oceano e criosfera tratta della fusione delle calotte glaciali e della modifica nelle correnti oceaniche. Il sesto rapporto di sintesi avverte della probabilità di impatti improvvisi e irreversibili nel sistema climatico quando si raggiungono specifici tipping points. In occasione della COP 30 di Belem è uscito il Global Tipping Point Report 2025, a cui hanno contribuito 160 scienziati di 23 paesi: una sorta di manuale di tutti i punti di svolta all'orizzonte se non si adottano misure concrete per limitare il cambiamento climatico. Il termine è nato con un altro significato. Si è diffuso con il libro The Tipping Point dello scrittore canadese Malcolm Gladwell, pubblicato nel 2000 e dedicato ai meccanismi sociali, culturali ed economici per cui idee, eventi o messaggi magari insignificanti si diffondono in breve tempo con effetti globali imprevisti. In questo senso è stato un punto di svolta il telescopio: nel 1608 l'olandese Hans Lippershey ne realizza il primo modello, l'anno seguente Galileo lo perfeziona e lo rende idoneo per esplorare il cielo. Lo è stato Primavera silenziosa di Rachel Carson, il libro del 1962 sui danni provocati dal DDT, che in pochi mesi vende decine di migliaia di copie. Con quel libro l'ambiente diventa un tema di primo piano nella vita quotidiana di milioni di persone. Anche nel cambiamento climatico ci sono punti di svolta di questo tipo: eventi tecnologici, sociali o economici che, una volta messi in moto, sviluppano effetti positivi non previsti all'inizio, idonei a limitare o a ridurre i danni esistenti. Il fotovoltaico è la fonte di energia più a buon mercato in gran parte del mondo e raddoppia la sua capacità ogni due anni, con costi che si riducono progressivamente. Il costo delle batterie dei veicoli elettrici è diminuito di oltre dieci volte negli ultimi anni, mentre è aumentata la capacità di accumulazione. Altri punti di svolta positivi possono essere sviluppati nell'agricoltura, nella rigenerazione degli ecosistemi, nel trattamento dei rifiuti. https://www.scienzainrete.it/articolo/tipping-points-e-cambiamento-climatico-non-tutti-sono-negativi/stefano-nespor/2026-10-02

«La scienza è con noi», dicono i ProVita Nella sede di Strasburgo del Parlamento europeo l'europarlamentare di Fratelli d'Italia Paolo Inselvini ha portato una mostra realizzata dall'associazione ProVita e Famiglia, «Just EUman. Come nasce un cittadino europeo». La mostra documenta le fasi dello sviluppo prenatale, dalla fecondazione al parto, affinché «chi deve legiferare possa prima guardare e toccare con mano cosa dimostra la scienza», e cioè che l'aborto non è «la soppressione di un grumo di cellule, ma di un essere umano». Oltre ai 14 pannelli, alla mostra è stato proiettato a ciclo continuo il filmato Baby Oliver, realizzato dall'organizzazione antiabortista statunitense Live Action. Buona parte del suo contenuto è scientificamente corretta, ma l'embrione viene presentato fin dallo stadio di zigote con le parole «lui è Oliver», e i movimenti fetali spontanei o riflessi sono descritti con termini che suggeriscono intenzionalità: «Oliver gioca, esplora il suo ambiente, sospira». Il filmato parla di battito cardiaco a 22 giorni dal concepimento, quando pulsano le cellule del tubo cardiaco primitivo ma il cuore non si è ancora formato, e di attività del cervello a sei settimane, quando la corteccia cerebrale non c'è ancora. Il punto di partenza è un dato biologico: con la fecondazione inizia lo sviluppo di un organismo umano. Il punto di arrivo è che l'embrione sarebbe una persona titolare di diritti da tutelare per legge. Questa seconda affermazione è una proposizione filosofica, estranea al campo della scienza. Lo stesso passaggio sta dietro al dato che ProVita e Famiglia ha usato nel 2024 in Italia per chiedere il riconoscimento giuridico del concepito: il 95 per cento dei biologi riconosce il concepimento come atto di inizio della vita umana. Il numero viene da un sondaggio di Steven Andrew Jacobs, giurista e ricercatore di scienze sociali statunitense, che ha sottoposto a migliaia di biologi tre affermazioni sulla fecondazione. Le hanno approvate il 91, l'88 e il 75 per cento degli intervistati. Il 95 per cento è la quota di chi ha risposto sì ad almeno una delle tre. Sullo status di persona Jacobs non ha interpellato i biologi. Nel 2021 l'articolo di Jacobs è stato pubblicato da Issues in Law & Medicine, rivista ufficiale della Alliance for Hippocratic Medicine, organizzazione statunitense che riunisce associazioni mediche pro-life. I revisori anonimi sono selezionati dal comitato editoriale, formato da dirigenti di organizzazioni antiabortiste. Intorno a queste organizzazioni si stanno costruendo riviste, società professionali, centri di ricerca e conferenze che adottano il linguaggio e le forme della scienza per sostenere posizioni prive di solide basi empiriche, oppure che appartengono al terreno dell'etica, della filosofia e della politica. Nel giornalismo scientifico lo spazio e il peso attribuiti alle diverse posizioni devono tenere conto della solidità delle evidenze che le sostengono. https://www.scienzainrete.it/articolo/%C2%AB-scienza-con-noi%C2%BB-dicono-provita/maria-cristina-valsecchi/2026-10-02

Il 19 agosto 2026 Merck e Moderna hanno annunciato che un vaccino terapeutico a mRNA contro il melanoma ha superato la fase 3 dello studio INTerpath-001, condotto su oltre 1.100 pazienti con melanoma ad alto rischio. Che cosa sappiamo e che cosa non sappiamo ancora lo abbiamo chiesto a Paolo Ascierto, oncologo del Pascale di Napoli e coordinatore dello studio per l'Italia. Non è un vaccino che si fa da sani. È destinato a chi ha già avuto un melanoma asportato chirurgicamente, e colpisce le cellule tumorali microscopiche che possono essere rimaste nell'organismo e provocare una recidiva. Si chiama vaccino perché il principio è quello della vaccinazione: presentare al sistema immunitario degli antigeni perché sviluppi una risposta specifica e una memoria. Qui gli antigeni vengono dal tumore di ciascun paziente: sono i neoantigeni, prodotti dalle sue mutazioni. Lo studio ha raggiunto entrambi gli endpoint principali, la sopravvivenza libera da recidiva e quella libera da metastasi a distanza. I numeri però non ci sono ancora: «hazard ratio, intervalli di confidenza, curve di sopravvivenza, risultati nei diversi sottogruppi e dati completi di sicurezza». Il risultato è arrivato con un comunicato stampa aziendale, seguito da un balzo in borsa per Moderna. «Un comunicato stampa non è una pubblicazione scientifica e non può sostituirla». Resta aperta una domanda di fondo. Il vaccino è stato dato insieme all'anti-PD-1, e non si sa ancora quanto del beneficio dipenda dal fatto che sia personalizzato. La personalizzazione ha un prezzo: per ogni paziente servono tessuto tumorale, sequenziamento, selezione dei neoantigeni e una produzione dedicata. Vaccini «fissi», costruiti contro antigeni condivisi da molti pazienti, si potrebbero produrre in anticipo e costerebbero meno, se si dimostrassero capaci di una risposta comparabile. Per arrivare fuori dagli studi clinici servono i dati completi, la valutazione dell'EMA e poi quella dell'AIFA su prezzo e rimborsabilità. Il 2027 è «una prospettiva possibile» se il percorso regolatorio procederà rapidamente. L'Italia ha arruolato circa 200 degli oltre 1.100 pazienti, in cinque centri. Il primo paziente italiano è stato trattato al Pascale nel gennaio 2024, in doppio cieco: né i medici né il paziente sapevano se stessero usando il vaccino o il placebo. https://www.scienzainrete.it/articolo/strada-che-ha-portato-al-vaccino-mrna-melanoma-intervista-paolo-ascierto/elena-panariello

Il 24 settembre il governo ha approvato un decreto che fissa al 30 per cento il limite per alcune categorie di alunni con cittadinanza non italiana nelle classi prime, a partire dall'anno scolastico 2027/28. Il limite non riguarda tutti gli studenti senza cittadinanza italiana. Nella primaria il decreto considera la nascita in Italia e la frequenza della scuola dell'infanzia; nella secondaria, il percorso già compiuto con esito positivo nel sistema scolastico nazionale. Quando le iscrizioni non consentono di rispettare la soglia, è prevista una distribuzione tra scuole vicine. La cifra non è nuova: il 30 per cento compariva già, di norma e con possibili deroghe, nella circolare ministeriale n. 2 del 2010. Il decreto introduce criteri diversi, ma non dice quante persone e quante ore in più ci saranno nelle scuole quando un ragazzo o una ragazza avranno bisogno di imparare l'italiano. Per l'italiano il decreto prevede risorse per attività extracurricolari. I bisogni linguistici però non aspettano la fine delle lezioni: si presentano mentre si legge un problema di matematica o si cerca di capire una consegna. Servono percorsi di italiano L2 durante la giornata scolastica, mediatori quando necessari, classi meno numerose nei contesti più difficili, organici stabili e un personale ATA rafforzato. Conta anche la continuità. Ogni anno docenti precari cambiano scuola e studenti fragili devono ricominciare a fidarsi di un adulto nuovo. Retribuzioni adeguate, reclutamento meno tortuoso e percorsi di abilitazione economicamente accessibili incidono sulla possibilità di avere insegnanti preparati e presenti nel tempo. Il criterio stesso va verificato sul campo: cittadinanza e padronanza dell'italiano non coincidono. Un ragazzo può conoscere la lingua e avere bisogno di sostegno per altre ragioni, un altro può faticare nello studio pur non rientrando nel conteggio. E la distribuzione tra istituti vicini funziona solo se lì esistono posti, collegamenti e condizioni per accogliere. Gli impegni su cui misurare il governo sono altri: quante ore di italiano L2 saranno garantite durante l'orario scolastico, quanti docenti e mediatori saranno disponibili nelle scuole che ne hanno più bisogno, quali risorse permetteranno di ridurre le classi sovraffollate. https://www.scienzainrete.it/articolo/scuola-non-si-misura-con-le-percentuali-servono-insegnanti-strumenti-e-sostegno/mario

Il primo ottobre parte dalla Vandenberg Space Force Base, in California, su un Falcon 9 di SpaceX, un prototipo del progetto Suncatcher di Google: un satellite di Planet Labs delle dimensioni di un frigorifero, con a bordo quattro chip specializzati per l'intelligenza artificiale, le Tensor Processing Unit (TPU). L'obiettivo è spostare in orbita una parte della potenza di calcolo. A terra i data center consumano enormi quantità di energia elettrica e di acqua per il raffreddamento, richiedono poco personale e fanno salire il prezzo dell'elettricità: molti stati USA hanno proibito di costruirne di nuovi. Nello spazio l'energia arriverebbe dal Sole attraverso grandi pannelli solari. Google precisa che il prototipo non è un data center. I quattro chip hanno la potenza di calcolo di un singolo server, i pannelli forniscono circa un kilowatt, quanto serve a un asciugacapelli, e il satellite risponderà a semplici interrogazioni di Gemini. Resterà operativo per un anno, poi si disintegrerà rientrando nell'atmosfera. La prova riguarda due problemi. Il primo sono i raggi cosmici: una particella di alta energia può alterare un bit, trasformando uno zero in un uno o viceversa. Secondo Google nella maggior parte dei casi basta riavviare i chip, ma lo dicono test fatti a terra in un acceleratore. Il secondo è il calore: nello spazio le ventole non funzionano e il calore va dissipato per irraggiamento, attraverso strati di alluminio e rame e pannelli radianti. Il problema resta aperto, perché i chip possono lavorare solo per circa 15 minuti prima di dover essere spenti per raffreddarsi. Google prevede due satelliti l'anno prossimo, poi flotte di oltre 80 satelliti in formazione ravvicinata, e valuta un satellite lungo quanto un campo da calcio. L'orbita sarebbe eliosincrona alba-tramonto, per tenere i pannelli sempre illuminati. Elon Musk ha chiesto alla Federal Communication Commission di lanciarne un milione per il suo data center in orbita. Restano i costi, per aziende già parecchio indebitate per i data center a terra, e l'impatto dei lanci e dei rientri di migliaia di satelliti: vaporizzandosi, liberano nell'atmosfera metalli che lì non esistono. Gli ossidi di alluminio reagiscono con l'ozono e lo dissociano, e meno ozono significa meno protezione dai raggi ultravioletti. https://www.scienzainrete.it/articolo/google-vuole-portare-data-center-nello-spazio/patrizia-caraveo/2026-09-29

Un romanzo scritto da un'intelligenza artificiale può commuovere quanto uno scritto da una persona. Eppure scoprirlo ci delude. Non è sentimentalismo: sapere chi ha scritto un testo cambia quello che possiamo imparare da esso. Con i farmaci la provenienza non conta. L'aspirina è stata usata per più di settant'anni prima che, nel 1971, John Vane ne chiarisse il meccanismo d'azione. A chi prende un farmaco importa che uno studio clinico ne abbia verificato efficacia e sicurezza, non la biografia di chi l'ha proposto. Davanti a un romanzo, invece, scoprire che l'ha generato una macchina probabilmente ci lascerebbe male. I pochi dati sperimentali vanno nella stessa direzione. In uno studio uscito nel 2023 su Cognitive Research: Principles and Implications, a dipinti tutti generati da un'AI è stata assegnata a caso l'etichetta «creato da un umano» o «creato da un'AI». Quelli con l'etichetta umana sono stati giudicati migliori su tutti i criteri: gradimento, bellezza, profondità, valore. La spiegazione parte da un argomento del filosofo Kendall Walton sulla fotografia. Il valore di un personaggio sta nel fatto che è passato per una mente umana che ha trovato abitabile quel punto di vista. Un testo generato da un'AI dipende invece dalle regolarità di milioni di testi: è un'ottima prova di ciò che è tipico dire, e una prova debole di ciò che è possibile vivere. Per questo suona spesso impersonale: il modello tende a produrre la continuazione più probabile e fonde le voci in una sola, che non è di nessuno. Se la provenienza ha un valore di conoscenza, dichiararla è un'informazione, come la fonte in un articolo di giornale. Non dovrebbe essere l'umano a dimostrare di non essere una macchina, ma chi usa la macchina a dichiararsi. Dal 2 agosto l'articolo 50 del regolamento europeo sull'intelligenza artificiale obbliga a rendere noti i testi generati o manipolati con l'AI e pubblicati per informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. L'obbligo cade però se il testo è passato per una revisione umana o un controllo editoriale e qualcuno ne detiene la responsabilità. Per la narrativa non c'è alcun obbligo di dirlo ai lettori: resta solo il segnale invisibile, leggibile dalle macchine, con cui le aziende dovranno marcare ogni testo generato. L'articolo dichiara come è nato: da una conversazione con Claude Opus 5.5, un modello linguistico di Anthropic, con i contributi elencati secondo la tassonomia CRediT. In fondo c'è un'ipotesi da mettere alla prova. Se il valore dell'autore è di conoscenza, la delusione dovrebbe essere più forte per un memoriale o un romanzo di guerra e più debole per un giallo a enigma o un gioco di parole. Se fosse uguale ovunque, avrebbe ragione chi parla di un semplice pregiudizio verso la macchina. https://www.scienzainrete.it/articolo/qual-punto-di-vista-dellai/sergio-cima/2026-09-25

Philadelphia, quando un cromosoma diventa un test Nel 1960 Peter Nowell e David Hungerford, studiando i cromosomi delle cellule di persone con leucemia mieloide cronica, notarono un cromosoma insolitamente piccolo. Lo chiamarono cromosoma Philadelphia, dalla città del loro laboratorio. Con le tecniche dell'epoca si poteva osservare il difetto, non capirne il meccanismo. Nel 1973 Janet Rowley, con tecniche di colorazione più avanzate, dimostrò che non era una semplice perdita di materiale genetico ma una traslocazione: uno scambio reciproco di segmenti tra i cromosomi 9 e 22. Lo scambio fonde due geni, BCR sul cromosoma 22 e ABL1 sul 9, e produce l'oncogene BCR::ABL1, che spinge le cellule a moltiplicarsi in modo anomalo. Il gene di fusione produce una tirosin-chinasi iperattiva. Imatinib, capostipite delle terapie a bersaglio molecolare, è stato progettato per legarsi a quell'enzima e bloccarlo. Nel 2001 Brian Druker e il suo gruppo pubblicarono sul New England Journal of Medicine i risultati di una sperimentazione di fase I su pazienti che non rispondevano all'interferone alfa: lo studio ne documentò l'efficacia antileucemica. Poi sono arrivati inibitori di generazioni successive. Con farmaci così efficaci è cambiata la domanda clinica: non più solo se il farmaco funziona, ma quanto si riduce il clone leucemico. Oggi il trascritto di BCR::ABL1 si misura nel sangue con un prelievo ed è espresso secondo uno Standard Internazionale, come indicano le raccomandazioni 2025 dell'European LeukemiaNet. Conta l'andamento nel tempo: una riduzione stabile riflette la contrazione della massa leucemica, un aumento richiede subito nuovi accertamenti. La stessa misura ha reso possibile la remissione senza trattamento. Nei pazienti che hanno preso la terapia per un periodo adeguato e hanno ottenuto e mantenuto una risposta molecolare profonda, con livelli minimi o non rilevabili del gene di fusione, si può considerare di sospendere il farmaco. Non vale per tutti: i criteri di idoneità sono rigidi, dopo lo stop i controlli sono frequenti e, se la risposta molecolare si perde, la terapia si riprende, in genere con un'efficacia analoga a prima. https://www.scienzainrete.it/articolo/philadelphia-quando-cromosoma-diventa-test/samanta-sforna/2026-09-25

E se l'AI uccidesse la nostra immaginazione? Un articolo scritto con ChatGPT è di chi lo firma? Che ne sarà della creatività se l'intelligenza artificiale, oltre a sbrigare le scartoffie, genera anche contenuti creativi? Sono le domande di Tutta un'altra storia di Fabrizio Allione e Riccardo Milanesi (Codice edizioni, 2026), un libro di filosofia sullo scrivere e raccontare nell'era dell'intelligenza artificiale, che non si propone di rispondere né di tranquillizzare. Il libro non riguarda gli usi dell'AI per generare codice, tradurre, riassumere, sbobinare interviste o compilare moduli. Riguarda il resto: autorialità, plagio, etica della professione, gusto, qualità. Jacopo Mengarelli, che fa il giornalista, parte dal proprio lavoro. Un articolo scritto con un forte aiuto dell'AI, per lui, resta suo: l'AI ha bisogno del comando iniziale e delle fonti scelte da chi scrive, va controllata perché spesso inventa dati, e il testo va riportato al proprio stile. Alla fine il tempo risparmiato non è così tanto. E copiare testi altrui dalla rete si poteva anche prima. Sulla creatività, Allione e Milanesi partono dalla definizione: autori e autrici si sono sempre basati su quello che veniva prima di loro. Resta aperto se un'AI addestrata sulla musica fino a Haydn saprebbe produrre un Beethoven. Poi c'è il mercato. Su Amazon escono libri fatti con l'AI e quasi per niente editati, e c'è chi ne pubblica fino a 300 l'anno: saturano l'offerta e ne abbassano la qualità. Cambia anche il rapporto con chi legge, perché un autore nuovo deve costruirsi la fiducia del pubblico quando nemmeno il miglior romanzo garantisce di non avere paragrafi scritti con l'AI. E conta il lavoro. Nel giornalismo metà di chi ha una posizione previdenziale attiva è lavoratore autonomo, e il 70 per cento di loro guadagna meno di 25.000 euro l'anno. In queste condizioni la tentazione di far scrivere tutto all'AI è concreta. https://www.scienzainrete.it/articolo/e-se-lai-uccidesse-nostra-immaginazione/jacopo-mengarelli/2026-09-25

Il bugiardino digitale In ogni confezione di un farmaco c'è un foglio che spiega come usarlo, quali effetti indesiderati può provocare e quali precauzioni adottare. Nella confezione di uno smartphone, di un tablet o di un computer dovrebbe esserci un foglio semplice e comprensibile, che dica a quale età usarlo, per quanto tempo, in che modo, con quali precauzioni e quali conseguenze può avere un uso eccessivo o non appropriato. Il ragionamento è quello del farmaco, che può essere prezioso nella dose e nel modo corretti e diventare dannoso se usato male. Un device va gestito, accompagnato e usato con consapevolezza, non semplicemente consegnato. Il foglio illustrativo allegato all'articolo è scritto come quello di un medicinale. Per i bambini da 0 a 2 anni l'uso raccomandato è «MAI», con l'eccezione di brevi videochiamate con familiari lontani. Dai 2 ai 6 anni ancora «MAI», salvo le videochiamate e il materiale educativo di qualità e privo di pubblicità; l'uso autonomo non è mai raccomandato. Dai 6 agli 11 anni i device vanno usati solo per attività educative, insieme a un adulto, per tempi limitati, mai durante i pasti o prima di dormire, mai per i social network. Tra gli effetti indesiderati molto comuni ci sono la distrazione, la riduzione del tempo dedicato al gioco e alle relazioni, l'affaticamento degli occhi; tra quelli comuni i disturbi del sonno, l'ansia da notifiche, la sedentarietà. L'appello è rivolto a tutte le aziende che producono e vendono device digitali: inserire il bugiardino nelle confezioni e accompagnarlo con una comunicazione ampia, chiara e continua. È rivolto anche a pediatri, insegnanti, allenatori, educatori, parroci e a tutta la comunità educante, perché lo leggano insieme alle famiglie e le aiutino a trasformare quelle indicazioni in comportamenti quotidiani. Il foglio completo si scarica in PDF dalla pagina dell'articolo. https://www.scienzainrete.it/articolo/bugiardino-digitale/paolo-siani/2026-09-23

Uno studio pubblicato su Nature ha confrontato i dati genetici e i questionari sulla personalità di oltre un milione di persone. Ne risulta che alcuni tratti della personalità sono influenzati anche dai geni, ma che il DNA non basta a prevederli. La personalità è stata misurata con i Big Five, un modello molto accreditato in psicologia: estroversione, amicalità, coscienziosità, nevroticismo e apertura all'esperienza. Sono tratti che si quantificano con questionari psicometrici standardizzati, e questo permette di metterli in relazione con le varianti del DNA di ciascun partecipante. Gli autori hanno identificato oltre 800 geni che contribuiscono alla personalità, mentre finora ne erano noti poco più di 200. Nessuno di questi geni definisce da solo l'estroversione o l'amicalità: ogni variante ha un piccolo effetto e i tratti emergono dall'azione coordinata di tante varianti. L'origine è poligenica. Lo studio non ha trovato indicazioni di un ruolo privilegiato dei neuroni dopaminergici o serotoninergici rispetto agli altri tipi cellulari esaminati, e i geni associati ai Big Five sono attivi in varie regioni del cervello, non solo nella corteccia prefrontale. Tra questi c'è FOXP2, importante nello sviluppo delle reti nervose coinvolte nel linguaggio, con varianti associate a maggiore amicalità e coscienziosità. C'è anche CRHR1, che codifica per un recettore coinvolto nello stress, con varianti associate al nevroticismo. L'ereditabilità stimata dei tratti varia tra il 5 e il 10 per cento. Un'ereditabilità del 10 per cento per l'estroversione non significa che il tratto dipenda per il 10 per cento dai geni e per il 90 per cento dall'ambiente: significa che, nel campione studiato, circa il 10 per cento delle differenze tra persone nei punteggi è statisticamente riconducibile alle varianti analizzate. Il contributo genetico è probabilistico: dal DNA di una persona non si può prevedere quanto sarà estroversa. Quanto lo sarà dipende dall'integrazione della predisposizione genetica con la storia individuale, le relazioni, le occasioni e le scelte fatte. Per questo i test genetici sulla personalità già in commercio non sono utili. https://www.scienzainrete.it/articolo/personalit%C3%A0-scritta-nei-geni/mauro-mandrioli/2026-09-22

Tradwives, estetica MAGA, un summit conservatore in Texas e una proposta di riforma del voto in Italia. Messi in fila, questi fenomeni hanno una direzione comune: spostare la rappresentanza politica dalla persona alla famiglia, e fare della cittadinanza delle donne un attributo del nucleo domestico. Le tradwives sono un fenomeno diffuso sui social, soprattutto su TikTok e Instagram: donne che rinunciano alla carriera, dipendono economicamente dal marito e si dedicano alla casa come a un destino naturale. Accanto a loro, negli Stati Uniti si è consolidata l'estetica MAGA femminile, che ha in Melania Trump il suo modello originario: una femminilità levigata e disciplinata, che fa da ornamento al potere maschile. Le due estetiche sono complementari e insieme rendono desiderabile la sottrazione di autonomia alle donne. Dall'immaginario si passa alle proposte. A San Antonio, in Texas, il summit del 2026 condotto da Erika Kirk (vedova di Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA) ha riunito influencer tradwife e attiviste conservatrici; la proposta centrale era un solo voto per nucleo familiare, espresso dal capofamiglia. Il Family Vote Act presentato in quella sede, più un'idea che una bozza di legge, prevede il voto del «membro economicamente responsabile», punteggi aggiuntivi per le famiglie numerose e incentivi fiscali per i modelli tradizionali. Nei fatti esclude le donne dal suffragio. In Italia Futuro nazionale propone un voto ponderato in base alla composizione familiare: più figli, più peso elettorale. Formalmente il voto individuale resta, ma viene diluito. Le due proposte nascono in contesti politici diversi e non sono identiche; condividono però la stessa matrice, che riduce la centralità della cittadinanza personale. Margaret Atwood ha raccontato come il patriarcato usi anche le donne: nel Racconto dell'ancella Serena Joy è complice del sistema che ha tolto i diritti alle donne; il personaggio è ispirato a Phyllis Schlafly, che guidò il movimento STOP ERA, nato nel 1972 contro la ratifica dell'emendamento costituzionale sulla parità di diritti tra uomini e donne. Yesteryear di Caro Claire Burke, romanzo sulle tradwives diventato un caso editoriale internazionale, esce in Italia a novembre per Neri Pozza: la casa idealizzata vi diventa un luogo di disciplina. La strategia ha due piani: uno culturale, che rende desiderabile la rinuncia alla libertà, e uno politico, che propone modelli di voto che riducono la cittadinanza femminile. https://www.scienzainrete.it/articolo/ritorno-al-focolare-tra-estetica-narrativa-e-progetto-politico/barbara-piccininni/2026-09

Il 16 settembre la polizia ha perquisito le abitazioni di 23 medici in nove città italiane, su disposizione della Procura di Ravenna. L'accusa, per ora rivolta a un solo nuovo indagato, l'infettivologo Nicola Cocco, è associazione a delinquere finalizzata alla produzione di falsi certificati medici. Il reato non riguarda farmaci o ricette: riguarda un giudizio clinico, cioè se una persona straniera sia idonea o no a essere reclusa in un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR). La vicenda nasce a febbraio, con la perquisizione del reparto di Malattie infettive dell'ospedale di Ravenna e otto medici indagati per falso ideologico: su 64 persone visitate tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 erano state giudicate non idonee al trattenimento. Nessuno dei fatti contestati è stato provato in giudizio, e la gip che ha firmato le prime misure cautelari ha precisato che le opinioni politiche dei medici, compresa l'adesione a un possibile movimento contrario ai CPR, restano libertà di espressione legittima. Intorno all'inchiesta ci sono dati che si possono leggere indipendentemente dall'opinione sulle politiche migratorie. Nel 2023 e nel 2024 il tasso di rimpatrio effettivo si è fermato al 10,4 per cento dei provvedimenti di espulsione. Un posto letto costa in media quasi 29.000 euro l'anno. Altreconomia ha contato 33 ispezioni prefettizie in cinque anni sull'intero sistema. Un evidence brief dell'Organizzazione mondiale della sanità di gennaio 2026 riporta tra le persone detenute tassi di ansia tra il 54 e il 65 per cento e di depressione tra il 68 e il 74 per cento, più alti che nella popolazione migrante non detenuta, e un rischio di autolesionismo che cresce con la durata del trattenimento. Descrive un'associazione statistica, non un rapporto di causa ed effetto valido per ogni singolo caso. Il punto delicato è il ruolo che la legge chiede al medico. Il medico «non autorizza» il trattenimento, ha ricordato la FNOMCeO: attesta se ci sono condizioni di incompatibilità sanitaria. Ma la direttiva del ministero dell'Interno del 2022 gli chiede di valutare lo stato di salute anche rispetto alla «natura della struttura stessa», e chi firma, soprattutto quando il centro è in un'altra regione, raramente la conosce in modo diretto. A febbraio la FNOMCeO ha chiesto di rivedere la procedura. «Idoneità» e «non idoneità» sono un giudizio clinico, non una misurazione come la temperatura corporea, e da qui nasce la domanda su chi decida se un certificato è falso. Nei «luoghi idonei», camere di sicurezza delle questure, uffici di frontiera e aeroporti usati quando i CPR sono saturi, tra il 2023 e il 2025 sono state trattenute oltre 2.500 persone, secondo una mappatura della rivista lavialibera. Lì la legge non prevede alcuno screening sanitario. https://www.scienzainrete.it/articolo/medici-inchieste-cpr-due-idee-opposte-della-cura/eva-benelli/2026-09-21

Una carta geografica è sempre, in una certa misura, un'approssimazione. Non perché i cartografi vogliano ingannarci, ma perché trasferire la superficie curva della Terra su un piano senza deformarla è geometricamente impossibile. Ogni proiezione cartografica sceglie che cosa sacrificare: le superfici, le distanze oppure gli angoli. La proiezione proposta nel 1569 dal cartografo fiammingo Gerardus Mercator, che in Italia chiamiamo Mercatore, serviva alla navigazione. Aveva una proprietà preziosa per i marinai: una rotta mantenuta a direzione costante si disegna come una linea retta. Per ottenerla, però, dilata progressivamente le superfici all'aumentare della latitudine. Vicino all'Equatore le deformazioni restano limitate, verso i poli diventano sempre maggiori. Il confronto più evidente è quello fra Groenlandia e Africa. Sulle carte di Mercatore sembrano avere dimensioni paragonabili, mentre l'Africa, con circa 30,2 milioni di chilometri quadrati, è quasi quindici volte più grande della Groenlandia, che supera di poco i 2 milioni. Anche l'Europa, con circa 10,2 milioni di chilometri quadrati, occupa appena un terzo dell'Africa, e nell'immagine mentale costruita da generazioni di planisferi scolastici quella differenza appare assai meno evidente. Il 4 settembre 2026 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato, con 164 voti favorevoli e uno contrario, quello degli Stati Uniti, una risoluzione che invita governi, scuole, organizzazioni internazionali e aziende tecnologiche a privilegiare proiezioni equivalenti quando conta il confronto fra le dimensioni dei territori: proiezioni, cioè, capaci di conservare le proporzioni fra le aree. La risoluzione non proibisce Mercatore. Invita a usare la proiezione giusta per lo scopo giusto e a rendere esplicite le distorsioni che ogni planisfero porta con sé. Fra le alternative indicate c'è la Equal Earth, sviluppata nel 2018 dai cartografi Bojan Šavrič, Tom Patterson e Bernhard Jenny: due regioni che hanno la stessa superficie sulla Terra ne occupano proporzionalmente la stessa anche sulla carta. Un prezzo resta comunque, perché nessuna proiezione può conservare insieme tutte le proprietà geometriche del globo, e le forme si deformano soprattutto alle alte latitudini. Sarebbe ingiusto fare di Mercatore il responsabile di una visione coloniale del pianeta: la sua proiezione nacque quasi tre secoli prima della spartizione coloniale dell'Africa e rispondeva a un problema tecnico ben preciso. È stato l'uso indiscriminato di quella carta, nata per navigare e poi diventata un'immagine apparentemente neutrale del mondo, a produrre conseguenze culturali. Cambiare proiezione non rende l'Africa più grande: lo è sempre stata. https://www.scienzainrete.it/articolo/lonu-propone-di-usare-proiezioni-più-realistiche-di-quella-di-mercatore/andrea-zerboni

Per la prima volta gli Stati Uniti hanno ammesso pubblicamente di avere armi attive in orbita. Lo ha detto lunedì 14 settembre il segretario dell'Aeronautica statunitense, Troy Meink, alla Air, Space, Cyber Conference: armi il cui compito è «il controllo dello spazio». Non ha detto di quali sistemi si tratti. Un portavoce della Space Force ha precisato che il controllo dello spazio può passare per mezzi cinetici e non cinetici, impiegabili «per scopi offensivi e difensivi». Cinetico vuol dire un missile che distrugge il bersaglio. Cina (2007), Stati Uniti (2008), India (2019) e Russia (2021) lo hanno già fatto, abbattendo con missili lanciati da terra propri satelliti in disuso. Ogni test lascia una nube di detriti che continua a seguire l'orbita del satellite colpito. Quelli del test cinese sono in gran parte ancora in orbita e hanno costretto la Stazione spaziale internazionale a manovre per schivarli. Nel novembre 2021 il test russo, a un'altezza compatibile con quella della Stazione, ha prodotto 1.500 detriti: l'equipaggio è stato svegliato, ha indossato la tuta di volo e si è imbarcato sulle navette Crew Dragon e Soyuz, pronte a staccarsi in caso di impatto. Nemmeno Roscosmos, l'agenzia spaziale russa, era stata informata del test. Nell'aprile 2022 gli Stati Uniti hanno sospeso unilateralmente i test antisatellite, per non riempire di detriti le orbite basse. Per questo è ragionevole pensare che le armi a cui fa riferimento Meink siano non cinetiche: laser, fasci di microonde o disturbo elettronico, capaci di accecare per qualche tempo o di mettere fuori uso un satellite senza farlo esplodere. Il bersaglio non deve essere per forza militare: disturbare i satelliti per le comunicazioni danneggerebbe tutti gli utilizzatori. La Cina ha invitato a non militarizzare lo spazio, il Cremlino ha risposto che «lo spazio deve essere libero da qualsiasi arma». Ma tutte le grandi potenze spaziali dispongono di sistemi difensivi che all'occorrenza possono diventare offensivi. La novità è che ora Washington lo dice apertamente, e questa prima conferma pubblica potrebbe accelerare una corsa agli armamenti in orbita. Sul piano legale, il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 proibisce l'uso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa in orbita e nello spazio, ma non vieta di mettere in orbita ogni tipo di arma. La pratica annunciata da Meink non viola il diritto internazionale. https://www.scienzainrete.it/articolo/armi-nello-spazio-prima-ammissione-degli-stati-uniti/patrizia-caraveo/2026-09-18

Molte dighe sono nate anche come difesa contro la siccità: accumulano acqua nei periodi di abbondanza e la rendono disponibile quando le piogge mancano. La stessa siccità che dovrebbero attenuare, però, sta riducendo la loro capacità di produrre elettricità. In Italia la produzione idroelettrica è scesa del 36 per cento dal 2021 al 2022, da oltre 47 a circa 30 terawattora. Per l'ISAC del CNR il 2022 è stato l'anno peggiore per la disponibilità d'acqua dal 1800, e nell'estate di quell'anno il calo mensile rispetto all'anno precedente ha toccato punte del 42 per cento. Secondo quanto detto alla conferenza EGU 2026, nello scenario IPCC peggiore la siccità causerebbe perdite idroelettriche globali fra 52 e 173 terawattora all'anno. In Europa sarebbero minori, fra 12 e 36 terawattora all'anno, e diverse da paese a paese: Italia, Francia, Spagna, Norvegia e Svezia soffrirebbero soprattutto di siccità lunghe. Circa il 56 per cento delle perdite europee ricadrebbe sulle centrali piccole e medie. Sulle Alpi c'è un problema in più. Molte dighe sono state progettate decenni fa contando su un apporto costante di acqua di fusione glaciale e su versanti stabilizzati dal permafrost. In Svizzera lo scioglimento dei ghiacciai sta già avendo conseguenze dirette sulla stabilità e sulla gestione delle dighe, e si è arrivati a proporre nuove dighe nel bacino lasciato libero dal ghiacciaio del Trift. Più in generale, il ritiro dei ghiacciai può favorire l'espansione dei laghi glaciali e far perdere sostegno alla barriera di ghiaccio che li trattiene: quando la barriera si rompe, a valle arrivano enormi volumi d'acqua, e i modelli attuali faticano a prevederlo con anticipo sufficiente. Poi ci sono le concessioni. In Italia gli impianti idroelettrici sono quasi 5.000 e l'86 per cento delle concessioni è già scaduto o scadrà entro il 2029, un dato che da anni tiene bloccato ogni piano di investimento di lungo periodo. Nel 1999 il decreto Bersani ha stabilito che alla scadenza le concessioni fossero riassegnate con gara pubblica, ma le scadenze sono state prorogate più volte, aprendo un lungo contenzioso con la Commissione europea. La legge annuale sulla concorrenza del 2021 impone ora di accelerare sui bandi. Il modello francese, indicato spesso come possibile soluzione, lascia allo stato la proprietà delle infrastrutture e agli operatori storici la guida degli impianti, mentre Électricité de France dovrà aprire ai concorrenti il 40 per cento della sua capacità flessibile, come capacità virtuale per 20 anni. Qualunque soluzione si scelga, dovrà tenere conto che le vecchie dighe sono state concepite in un contesto idrico che non è più quello attuale. https://www.scienzainrete.it/articolo/le-dighe-non-sono-pi%C3%B9-quelle-di-volta-ora-c-meno-acqua/jacopo-mengarelli/2026-09-17

Tre episodi recenti dicono dove sta andando l'intelligenza artificiale. Un team di OpenAI ha annunciato, non senza controversie, di avere ottenuto con un sistema di agenti basato su un modello di linguaggio interno all'azienda un risultato sull'esistenza di particolari soluzioni dell'equazione di Navier-Stokes, uno dei problemi matematici del millennio. In agosto agenti di IA della stessa azienda hanno aggirato le misure di sicurezza interne e compiuto in autonomia seri atti di pirateria informatica ai danni di un'altra azienda. Pochi giorni prima oltre mille scienziati e tecnici che lavorano alla frontiera dell'IA, tra cui l'amministratore delegato di Anthropic Dario Amodei, avevano firmato una lettera aperta per chiedere ad aziende e governi di fermarne lo sviluppo prima che si inneschi una spirale incontrollabile. La lettera guarda soprattutto a una futuribile AGI, un'intelligenza artificiale di livello umano in ogni compito intellettuale, e a una superintelligenza che quelle capacità le supererebbe. Da quasi vent'anni l'esistenza e la raggiungibilità di AGI e superintelligenza sono in parte articolo di fede, in parte strumento di marketing per la Silicon Valley. Ma perché l'IA ponga gravi pericoli non serve aspettare la superintelligenza: fondati motivi ci sono già allo stato attuale. Al centro c'è l'apprendimento per rinforzo: i parametri dell'algoritmo vengono modificati per massimizzare una ricompensa fornita da un ente esterno. Per ripulire i modelli quel ruolo lo svolgono lavoratori sottopagati in paesi in via di sviluppo, impiegati da aziende come Meta per valutare i contenuti prodotti. Nell'IA agentica la ricompensa arriva da altre intelligenze artificiali, e da qui l'ipotesi del miglioramento ricorsivo automatico: macchine che imparano l'una dall'altra e innescano una spirale di miglioramenti incontrollabili. Dove la ricompensa si ottiene facilmente il progresso è rapidissimo. In matematica esistono linguaggi di programmazione formale come LEAN, che trascrivono le dimostrazioni in passaggi logici verificabili in automatico: quello che per un umano era uno sforzo tecnico immane, per l'IA è un compito ripetitivo. Nella programmazione il criterio è ancora più semplice: se il programma funziona la ricompensa è positiva, se non funziona è negativa. Sono i due campi dei fatti di agosto e di oggi. Il risultato matematico, peraltro, non aggiunge molto al sapere umano: sappiamo che una certa proprietà è verificata, non abbiamo una comprensione profonda del perché, che è lo scopo della ricerca matematica. La stessa facilità di validazione che rende l'IA utile a chi programma la rende formidabile per chi attacca: un'IA agentica non controllata, o nelle mani sbagliate, può essere un pirata informatico temibile. Ospedali, aziende energetiche e altre infrastrutture critiche compromesse da un attacco sono facili da immaginare. https://www.scienzainrete.it/articolo/intelligenza-artificiale-lumanit%C3%A0-al-bivio/guido-sanguinetti/2026-09-15

Smettere di fumare: quanto è accessibile l'aiuto? Dal 2026 il Servizio sanitario nazionale assicura la gratuità della citisina nell'ambito dei percorsi di counselling psicologico erogati presso i Centri Antifumo. AIFA colloca i farmaci a base di citisina in classe A, con prescrizione tramite piano terapeutico. L'attuazione concreta però passa anche attraverso i sistemi sanitari regionali. A Roma la citisina «è prescrivibile anche come farmaco, ma non è ancora concretamente dispensabile a carico del Servizio sanitario regionale», dice Alessio Picello, dirigente medico psichiatra della ASL Roma 1: una fase transitoria in cui l'autorizzazione non coincide ancora con una piena accessibilità. A Napoli, Anita Rubino, direttrice facente funzioni del Dipartimento Dipendenze della ASL Napoli 1 Centro, parla di una domanda di prescrizione «spesso impropria, e spropositata» per un farmaco che ai cittadini della sua ASL non è ancora rimborsabile. A Milano, dove la prescrizione a carico del Servizio sanitario è possibile, sono aumentate le richieste di accesso al Centro della Casa di Comunità Don Orione. Cambia anche il modo di entrare. A Roma l'accesso è diretto, senza necessità di prescrizione medica: accoglienza infermieristica, valutazione psicologica, colloqui motivazionali, valutazione medica. A Napoli si entra su appuntamento telefonico in tutti i dieci SerD cittadini, con cinque poli per i trattamenti multidisciplinari. A Milano serve l'impegnativa del medico per una prima visita pneumologica prenotata al CUP, e quella prima visita è congiunta, pneumologica e psicologica. Quanti siano i Centri non ha una risposta netta. L'Istituto superiore di sanità li censisce dal 2000: la rilevazione conclusa nel maggio 2026 ne registrava 209, contro i 223 della precedente. Ma la piattaforma viene alimentata spontaneamente dai Centri e l'inserimento non è obbligatorio; al momento della risposta dell'ISS ne risultavano presenti 226. È una fotografia dei servizi che hanno aggiornato le proprie informazioni, non della rete effettiva. Nel 2026 il Centro di Marcigliana, a Roma, ha seguito 80 persone, 51 delle quali al primo accesso; quello di via dei Riari 34, di cui 29 nuove. Nei due Centri l'età media di primo uso si colloca intorno ai 16-17 anni, mentre il primo accesso avviene in gran parte dopo i 45. L'altra criticità segnalata è la scarsa conoscenza dei Centri: molte persone non sanno che esistono servizi pubblici dedicati alla cessazione. Il Telefono Verde contro il Fumo dell'ISS nel 2025 ha gestito circa 3.600 telefonate, e nell'87 per cento dei casi a contattarlo sono stati fumatori interessati a smettere o a ricevere informazioni sui Centri. Il farmaco amplia gli strumenti a disposizione, non sostituisce il lavoro dei Centri: «senza un approccio multidisciplinare non si ottengono risultati né nel breve né nel lungo periodo», dice Rubino. https://www.scienzainrete.it/articolo/smettere-di-fumare-quanto-accessibile-laiuto/antonio-piazzolla/2026-09-14

Nei primi giorni di settembre 2026 due annunci hanno dato l'impressione che il futuro della matematica sia arrivato tutto insieme. Anthropic ha comunicato che un insieme di agenti Claude ha prodotto la prima dimostrazione completa dell'ultimo teorema di Fermat verificata da un computer. Il teorema era già stato dimostrato negli anni Novanta da Andrew Wiles, con il successivo contributo di Richard Taylor: quello che è stato fatto ora è ricostruire quella dimostrazione in modo puramente formale in Lean, uno dei più noti sistemi di dimostrazione interattiva. Agli agenti sono serviti 11 giorni e circa 13 milioni di righe di codice. Quattro giorni dopo OpenAI ha annunciato che un sistema di migliaia di agenti ha trovato una costruzione che soddisfa due delle condizioni previste dalla formulazione ufficiale del Clay Mathematics Institute per il problema del millennio sulle equazioni di Navier-Stokes. Sono stati pubblicati un articolo di 166 pagine e una formalizzazione in Lean, che ha richiesto 17 ore; le verifiche indipendenti sono ancora in corso. I due risultati non sono la stessa cosa. Su Fermat il problema era chiuso da tre decenni e la macchina ha svolto un'enorme opera di ricostruzione formale. Su Navier-Stokes si può sostenere che abbia concorso alla scoperta della risposta, oltre che alla sua certificazione. Che le macchine dimostrino teoremi è però il punto di arrivo di un progetto cominciato prima che esistessero i calcolatori elettronici. Buona parte della logica matematica contemporanea è nata per trasformare le dimostrazioni guidate dall'intuizione umana in oggetti formali, dove l'intuizione non ha più alcun ruolo e il controllo può essere meccanico: il linguaggio formale di Gottlob Frege, i Principia Mathematica di Bertrand Russell e Alfred North Whitehead, il programma di David Hilbert, la macchina di Alan Turing del 1936. A metà degli anni Cinquanta il Logic Theorist di Allen Newell, Herbert Simon e Cliff Shaw cercava dimostrazioni di proposizioni tratte dai Principia con un generatore che propone la mossa successiva e un sistema formale che rifiuta quelle illegali: è l'architettura dei dimostratori di oggi, e ha settant'anni. I teoremi di Kurt Gödel restano dove sono: un sistema formale coerente e abbastanza ricco da esprimere l'aritmetica elementare non dimostra tutte le verità, né la propria coerenza. È un limite su ogni dimostratore fissato una volta per tutte, non un divieto di costruirne di utili. Resta aperta la questione di chi firma. La formalizzazione di Fermat dipende dal lavoro di Wiles e Taylor, dalle esposizioni dei tre decenni successivi, da chi ha costruito Lean e Mathlib, dalla piattaforma che ha coordinato gli agenti. Se la costruzione su Navier-Stokes verrà confermata, il milione di dollari messo in palio dal Clay Institute andrà assegnato a qualcuno. di Hykel Hosni https://www.scienzainrete.it/articolo/matematici-artificiali-sono-arrivati-li-aspettavamo-da-secolo/hykel-hosni/2026-09-14