es
Feedback
Free4Future

Free4Future

Ir al canal en Telegram

Non c'è pace senza verità. Notizie video e approfondimenti sul Medio e Vicino Oriente Abbiamo attivato il gruppo per ricevere i vostri messaggi, suggerimenti, commenti https://t.me/+TLUWaMOIcR5iMWU0

Mostrar más
1 473
Suscriptores
+224 horas
Sin datos7 días
+1230 días
Archivo de publicaciones
🙃 X è down in tutto il mondo.

E' attesa una conferenza stampa di Reza Pahlavi. Dovrebbe cominciare alle 16 (ora italiana) https://www.youtube.com/live/GIYZhaoiFYU

Il sionismo, ebrei vivi Il sionismo è stata una corrente di pensiero sviluppatasi in Europa a cavallo tra il XIX e il XX secolo, come risposta politica a una crisi sociale concreta. Dopo le emancipazioni ottocentesche, dove gli ebrei europei avevano ottenuto diritti formali, fu evidente che continuassero a rimanere esposti a una crescente insicurezza sociale e politica. I pogrom nell’Impero russo, l’antisemitismo organizzato in Europa centrale e l’esclusione prodotta dai nuovi Stati nazionali trasformarono l’ebreo in una figura vulnerabile. Nel 1896, Theodor Herzl pubblicò Der Judenstaat (Lo Stato ebraico), un testo breve ma decisivo per la nascita del movimento. Herzl postulò la sua testi partendo da una constatazione politica chiara: gli ebrei, ovunque si trovassero, continuavano a essere una minoranza malvista. La soluzione da lui proposta fu la costruzione di uno Stato, in grado di garantire sicurezza e responsabilità collettiva per il popolo ebraico. L’anno successivo, nel 1897, il Primo Congresso Sionista riunito a Basilea conferì al movimento una struttura organizzata e una dimensione internazionale. Da quel momento, il sionismo entrò stabilmente nella storia politica europea. Fin dall’inizio, si presentò come un movimento plurale. Accanto al sionismo politico di Herzl emersero correnti differenti. Ahad Ha’am elaborò un sionismo culturale che individuava nella rinascita linguistica e morale il nucleo centrale del progetto. Si affermò anche il sionismo socialista, rappresentato da figure come Ber Borochov, che legava il ritorno in una terra alla trasformazione dell’esperienza ebraica attraverso il lavoro e la cooperazione. Il sionismo religioso, con pensatori come Abraham Isaac Kook, rilesse il processo in chiave redentiva. Più tardi, negli anni Venti e Trenta, Vladimir Jabotinsky diede forma al sionismo revisionista, proponendo una risposta nazionalista in un contesto segnato da una conflittualità crescente. A partire dalla fine dell’Ottocento, con le prime aliyot, gruppi di ebrei iniziarono a stabilirsi nella Palestina ottomana. L’immigrazione aumentò soprattutto dopo il 1904 e poi negli anni Venti, sotto il Mandato britannico. Vennero fondati kibbutz e moshav, si organizzarono sindacati, scuole, istituzioni sanitarie, organismi rappresentativi. Vennero bonificati terreni per dare impulso all'agricoltura e creare posti di lavoro. Una trasformazione che modificò inevitabilmente gli equilibri sociali e rese il progetto sionista un attore politico concreto, dotato di una crescente ma scomoda autonomia. Il conflitto con la popolazione araba prese forma proprio nel momento in cui la modernizzazione ebraica incise su terra, lavoro e potere locale. La tensione si politicizzò, sfociando in rivolte e pogrom. Il sionismo si trovò a operare in un ambiente sempre più ostile, andano via via configurandosi come un progetto di liberazione nazionale e di autodeterminazione e, per questo, in antitesi con il governo coloniale. Le restrizioni all’immigrazione e le limitazioni alla sicurezza contro gli ebrei che caratterizzarono gli anni Trenta, rifletterono il tentativo di contenere questo progetto di emancipazione anticoloniale. Con il Libro Bianco del 1939 la rottura tra l’Impero e il movimento sionista divenne incolmabile. Sotto questa pressione, il movimento sionista rafforzò ancora di più le proprie strutture difensive e le leadership politiche e ridefinì le proprie strategie. La pluralità delle correnti interne al movimento rimase viva, tuttavia si consolidò su una visione collettiva: trasformare una condizione storica di vulnerabilità in una forma di autodeterminazione totale. All’inizio degli anni Quaranta, il sionismo era ormai un fatto concreto, con radici profonde, istituzioni funzionanti e una società capace di sostenersi da sola: c’erano tutti i presupposti per la nascita di una nuova nazione.

Attentati, sorveglianza, rapimenti Dall’inchiesta di Max Coccia per Linkiesta In Europa esiste una “sotto-Europa” fatta di ingerenze, intimidazioni e operazioni clandestine. È qui che si manifesta la “transnazionalità della paura”: il regime islamico iraniano, da sempre noto per la repressione interna, oggi colpisce dissidenti e minoranze anche in esilio. Il motore di questa repressione internazionale è rappresentato dal Ministero dell’Intelligence iraniano (MOIS) e dall’Unità 840 della Forza Quds (i Guardiani della Rivoluzione), affiancati da diplomatici, centri culturali, moschee, media e criminalità organizzata. Per anni le operazioni clandestine iraniane sono state ignorate. Ma dopo una serie di omicidi mirati in Europa, è diventato impossibile voltarsi dall’altra parte. Tra i casi più noti: l’omicidio di Ali Motamed (vero nome Mohammad Reza Kolahi, ex membro dei Mojahedin del Popolo) ad Amsterdam nel 2015 e quello di Ahmad Mola Nissi, leader arabo-iraniano, assassinato all’Aia nel 2017. In entrambi i casi, i sicari sono stati reclutati nella criminalità locale. Nel 2018 è stato sventato un attentato al congresso del MEK a Villepinte, vicino Parigi. La “mente” era un diplomatico iraniano, Assadollah Assadi, che godeva di status diplomatico e coordinava l’attacco. Le operazioni si sono evolute: dalla sorveglianza si è passati agli attentati. Gli strumenti sono elenchi di obiettivi, pedinamenti, spyware, intimidazioni veicolate da mafie europee. L’Unità 840 ha arruolato criminalità scandinava, balcanica, membri degli Hells Angels. In Svezia, il narco Rawa Majid è stato contattato per compiere azioni contro attivisti pro-israeliani e membri della diaspora iraniana. Tra gli obiettivi ci sono ebrei, dissidenti e giornalisti. In Germania, gli Hells Angels sono stati coinvolti nella sorveglianza di sinagoghe e attivisti. Nel Regno Unito si sono verificati tentativi di rapimento contro i giornalisti di Iran International. Anche la politica è finita nel mirino. Nel 2023, in Spagna, è stato compiuto un attentato contro Vidal-Quadras, figura di spicco dell’opposizione al regime iraniano. I mandanti? Cellule legate all’intelligence iraniana, che hanno usato intermediari per l’esecuzione. La repressione passa anche attraverso la propaganda e l’uso strumentale della cultura. A Madrid, il canale HispanTV diffonde contenuti anti-occidentali, spesso con la complicità di politici locali. Centri culturali sciiti a Berlino, Vienna e Bruxelles, ufficialmente impegnati nella promozione della cultura, svolgono anche attività di raccolta informazioni su dissidenti. Religione, diplomazia, criminalità, violenza: tutto si fonde in una rete repressiva unica che agisce all’estero per manipolare, controllare, minacciare. Le libertà dell’Occidente – asilo, stampa libera, immunità diplomatica – vengono sfruttate come armi contro le stesse democrazie che le garantiscono. La repressione non è più confinata entro i confini iraniani: è diventata globale. L’indifferenza non è più un’opzione. La polizia segreta di Teheran è già operativa in Europa: nascosta, silenziosa, ma letale. Difendere la libertà significa riconoscere anche il volto occulto dell’ingerenza. Un’inchiesta che invita a non chiudere gli occhi sulla rete invisibile dell'Iran: informarsi è il primo passo per resistere. https://www.linkiesta.it/author/massimiliano-coccia/

C’è un Iran che non si vede. Non manda armi, ma idee. Infiltra, influenza, sorveglia. In Italia, la Repubblica Islamica ha costruito una rete che agisce sotto traccia: centri culturali, moschee sciite, editori religiosi, accordi accademici, influencer digitali. A Roma, il Centro culturale dell’ambasciata è il cuore di una diplomazia parallela. Più di 1 milione di euro in progetti con università italiane. Le principali moschee sciite (Roma, Torino, Milano, Bologna) diffondono la narrativa del regime. Case editrici promuovono testi khomeinisti nei circuiti religiosi e accademici. Canali Telegram, social e video creano una bolla informativa pro-Iran. Dissidenti sorvegliati, minacciati, seguiti. Con unità operative dentro l’ambasciata. Legami crescenti con l’estrema destra italiana, tra visioni multipolari e ideologia anti-occidentale. Una rete discreta, ideologica, metodica. Che agisce ogni giorno sotto gli occhi delle istituzioni. Da una bellissima inchiesta di Massimiliano Coccia che vi invitiamo caldamente a leggere

Mesi fa, quando ancora l'Iran non era salito agli onori delle cronache, noi di Free4Future abbiamo seguito le inchieste di Massimiliano Coccia, de Linkiesta. Ne abbiamo tratto due video, che ripubblichiamo qui, uno di seguito all'altro. Uno su Iran-Italia, l'altro su Iran-Europa. 1. Iran: la rete italiana che non vedi 2. Iran: la rete europea della repressione.

Controllo traffico aereo tedesco, 'evitare lo spazio aereo iraniano' La raccomandazione è in essere fino al 10 febbraio (ANSA-AFP) - BERLINO, 15 GEN - L'autorità tedesca per il controllo del traffico aereo raccomanda agli aerei di evitare lo spazio aereo iraniano, dopo che gli Stati Uniti nei giorni scorsi hanno lanciato l'allarme su un possibile intervento militare in Iran. Un portavoce dell'Ufficio tedesco per la sicurezza del volo ha dichiarato all'Afp in un comunicato di aver emesso una raccomandazione "che lo spazio aereo iraniano non venga sorvolato... fino al 10 febbraio", aggiungendo che il consiglio è stato emesso "su istruzione del Ministero dei Trasporti". (ANSA-AFP). 2026-01-15T11:12

Attacco agli ebrei in Palestina A proposito della Palestina sotto il mandato britannico, la violenza degli anni Venti e Trenta viene spesso liquidata come una sequenza di “disordini” o “incidenti” tra comunità. Questa lettura attenuante oscura un dato essenziale: già nel primo dopoguerra, la violenza entrò nella vita del territorio e venne normalizzata e sfruttata nella gestione coloniale. L’amministrazione britannica scelse consapevolmente di evitare uno scontro diretto con la leadership araba, perché una presa di posizione chiara avrebbe messo in discussione il proprio dominio e l’assetto imperiale dell’area. La tensione sociale emerse con forza per la prima volta nel 1920, a Gerusalemme, proprio all’inizio del Mandato. Durante le celebrazioni di Nabi Musa, la violenza anti-ebraica esplose in forma collettiva. L’amministrazione britannica si trovò davanti a un bivio che orientò tutta la sua politica successiva: garantire la protezione delle comunità civili oppure mantenere l’ordine secondo priorità imperiali? Prevalse la seconda opzione. Le forze britanniche intervennero quando la violenza aveva già prodotto morti e devastazioni e gestirono gli eventi come semplice problema di ordine pubblico, evitando qualsiasi riconoscimento della loro natura mirata. Nel 1921 la violenza si estese a Jaffa e ad altri centri urbani. Gli attacchi colpirono persone, attività economiche, luoghi di lavoro e quartieri in cui lo sviluppo ebraico era più visibile. Questo aspetto rivelò un elemento centrale: la violenza prendeva di mira anche un modello sociale ed economico perché percepito come destabilizzante. L’intervento britannico restò tardivo e privo di incisività; l’amministrazione liquidò gli scontri come tensioni locali e, come se non bastasse, reagì con misure che colpirono proprio le comunità ebraiche: restrizioni all’autodifesa, confisca delle armi, controllo sempre più stretto delle strutture comunitarie. Il 1929 segnò il punto di non ritorno. A Gerusalemme, Hebron e Safed la violenza assunse la forma del pogrom. A Hebron, in particolare, la comunità ebraica, radicata lì da secoli, venne praticamente spazzata via. L’intervento britannico arrivò solo a massacro compiuto e, ancora una volta, la mattanza venne trattata come una banale rivolta, un escamotage linguistico che permise di eludere ogni responsabilità politica diretta. Le sanzioni contro i rivoltosi restarono marginali e, anzi, semmai il rapporto con la leadership araba si consolidò ulteriormente. Dal 1936 la violenza assunse carattere continuativo. Per tre anni, fino al 1939, attacchi armati, sabotaggi e intimidazioni di matrice araba colpirono insediamenti ebraici, infrastrutture e interessi britannici. L’amministrazione mantenne la sua posizione: alternò repressione e concessioni. La possibilità per gli ebrei di costruire una difesa autonoma restò sistematicamente ostacolata e la sicurezza venne usata come leva di controllo politico, non come strumento di tutela. La minaccia al governo coloniale, data dall’accelerazione economica e sociale operata dagli ebrei nella Palestina mandataria, fu la ragione principale di questa politica. Ecco perché si decise di sfruttare la violenza esercitata dalla società araba: doveva disinnescare il cambiamento, per permettere una maggiore controllo sulla regione. La strategia britannica fu, in buona sostanza, un divide et impera. L’innovazione portata dal movimento sionista, foriero di modernizzazione agricola, organizzazione del lavoro, cooperazione, diritti sociali, idee politiche nuove avrebbe finito col demolire la logica coloniale fondata sulla gerarchia, sull’equilibrio con élite tradizionali arabe e sulla conservazione dell’ordine. Gli ebrei vennero, così, trattati come un problema meramente politico, ancor prima che culturale e demografico. Con la tolleranza delle violenze e la connivenza con la leadership araba, il conflitto si radicalizzò e si stabilizzò. Le conseguenze di questa politica esercitata dal governo britannico stanno alla base del conflitto che, ancora oggi, funesta l’intera regione.

photo content

La lunga mano di Teheran nei social europei Non è una novità che la Repubblica Islamica cerchi di estendere la propria influe
La lunga mano di Teheran nei social europei Non è una novità che la Repubblica Islamica cerchi di estendere la propria influenza ben oltre i confini mediorientali. Ma ciò che emerge oggi dalle indagini britanniche è la prova concreta di una strategia digitale capillare, orientata a minare la stabilità interna dei Paesi europei. Secondo quanto riportato dal Daily Mail e confermato dal Telegraph, migliaia di account pro-indipendenza scozzese attivi su X (ex Twitter) si sono improvvisamente spenti l’8 gennaio, in coincidenza esatta con il blackout imposto da Teheran per reprimere le proteste interne. Dietro profili apparentemente locali — “Scottish Lad Jake”, “Proud Scottish Lass Fiona” — si nascondeva una rete legata al regime iraniano. Lo ha confermato un’indagine di Cyabra, secondo cui almeno un quarto dei 5.000 account analizzati erano falsi, creati per alimentare la polarizzazione sul tema dell’indipendenza. L’Iran non si limita più a opprimere il dissenso in casa: esporta destabilizzazione, falsi profili, propaganda mirata. L’obiettivo è chiaro: spezzare le democrazie europee dall’interno, sfruttando le loro stesse libertà per affermare un disegno autoritario globale. Non è una guerra fredda. È una guerra sporca, in corso, contro l’Europa — e se non la riconosciamo per tempo, la perderemo senza neanche sapere quando è cominciata.

Lo Scià ha fatto un appello all'esercito iraniano.

Europa, 2026. Un uomo di 32 anni è stato arrestato con l'accusa di aver tentato di appiccare il fuoco all'ingresso di un edif
Europa, 2026. Un uomo di 32 anni è stato arrestato con l'accusa di aver tentato di appiccare il fuoco all'ingresso di un edificio della comunità ebraica a Giessen, in Germania. Le telecamere di sorveglianza lo hanno ripreso mentre versa un liquido infiammabile, dà fuoco all'entrata e poi esegue il saluto nazista.

L'ambasciata indiana a Teheran ha esortato i suoi cittadini a lasciare immediatamente l'Iran.
L'ambasciata indiana a Teheran ha esortato i suoi cittadini a lasciare immediatamente l'Iran.

Immagini incredibili dall'Iran: migliaia di abitanti di Teheran fuggono dalla capitale attraverso le montagne. @EliAfriatISR su X

Si chiamava Yasin Mirzaei, era un giovane curdo che aveva studiato proprio qui da noi, più precisamente all'università di Mes
Si chiamava Yasin Mirzaei, era un giovane curdo che aveva studiato proprio qui da noi, più precisamente all'università di Messina. Sì apprende purtroppo dall'Unione degli Studenti Messinesi che è stato assassinato mentre partecipava alle manifestazioni di Iran: sul suo corpo sarebbero stati contati 18 colpi di arma da fuoco.

Cosa significa davvero “riconoscere la Palestina”? Che cosa significa, davvero, “riconoscere lo Stato di Palestina”? A sentirne parlare, sembra un gesto di pace. Simbolico, umanitario, quasi inevitabile. Ma per capirlo davvero bisogna guardare chi lo propone, chi lo vota e come lo racconta. Prendiamo un caso concreto: il Comune di San Bonifacio. Un Comune italiano, privo di qualsiasi competenza in politica estera, ha votato all’unanimità una mozione per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Alcuni consiglieri hanno persino dichiarato che la materia non rientrerebbe nelle competenze dell’assemblea. Ma hanno votato lo stesso. Leggiamo cosa dice la mozione. Parla di bombardamenti, distruzioni, occupazione, colonizzazione. Cita il diritto internazionale, le risoluzioni ONU, la Corte Internazionale di Giustizia. Attribuisce la radicalizzazione e la nascita di Hamas alle violazioni israeliane. Chiede che il riconoscimento della Palestina diventi uno strumento politico per riequilibrare il processo di pace. C’è un grande assente, però. In tutto il testo non compare mai una cosa fondamentale: il riconoscimento del diritto di Israele a esistere. Non una riga. Non una parola. E questo non è un dettaglio tecnico. Gli Accordi di Oslo — che regolano il processo di pace dal 1992 — prevedono che il riconoscimento dello Stato palestinese arrivi da un negoziato tra le parti, non da atti simbolici unilaterali. E prevedono che quel negoziato si fondi su un punto preliminare: il riconoscimento reciproco. Anche, e soprattutto, del diritto di Israele a esistere. Ma se ci fermiamo alla mozione, potremmo ancora pensare a un’ambiguità. Se ascoltiamo chi l’ha promossa, l’ambiguità sparisce. Nei video e nei post pubblici, Maicol Faccini, firmatario della mozione, rivendica il voto unanime come un successo politico. Sottolinea che anche il centrosinistra ha votato a favore. Parla di una causa che “non deve avere colori politici”. E definisce il popolo palestinese “vittima di terrore e genocidio”. Ancora più esplicito è Luca Castellini, dirigente di Forza Nuova. Nei suoi interventi dice chiaramente che la soluzione non è “due popoli, due Stati”, ma uno Stato solo: quello di Palestina. Uno Stato in cui, dice, “possono convivere diverse religioni, ebrei compresi”. E aggiunge una frase chiave: “fino a quando persisterà l’entità sionista, in Terra Santa non potranno mai aver fine guerre, genocidi e odio”. Questo è il punto. Qui non si sta parlando di riconoscere uno Stato per favorire la pace. Si sta parlando di cancellarne un altro. Di trasformare Israele in un problema da rimuovere. Di ridurre gli ebrei a una minoranza “compresa”, tollerata, ma senza autodeterminazione. E quando una mozione di questo tipo viene votata all’unanimità, da Forza Nuova al centrosinistra, è bene saperlo. E ricordarsene.

Secondo quanto riportato a Pardis, vicino a Teheran, le forze di sicurezza iraniane hanno aperto il fuoco sulla folla, colpen
Secondo quanto riportato a Pardis, vicino a Teheran, le forze di sicurezza iraniane hanno aperto il fuoco sulla folla, colpendo sia manifestanti che civili, comprese persone che non partecipavano alle manifestazioni. Un servizio della BBC descrive sparatorie diffuse e indiscriminate contro i civili nella zona.

L'amministrazione Trump ha designato le sezioni dei Fratelli Musulmani in Libano, Giordania ed Egitto come organizzazioni terroristiche.

Donald Trump su Truth: Patrioti iraniani, CONTINUATE A PROTESTARE - PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI!!! Salvate
Donald Trump su Truth: Patrioti iraniani, CONTINUATE A PROTESTARE - PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI!!! Salvate i nomi degli assassini e degli abusatori. Pagheranno un prezzo altissimo. Ho annullato tutti gli incontri con i funzionari iraniani finché l'insensata uccisione dei manifestanti NON cesserà. GLI AIUTI STANNO ARRIVANDO. MIGA!!! PRESIDENTE DONALD J. TRUMP

Prima l’Iran, ora Aleppo: se i curdi cadono e i media tacciono Ci risiamo. Per giorni e giorni, mentre l’Iran esplodeva di pr
Prima l’Iran, ora Aleppo: se i curdi cadono e i media tacciono Ci risiamo. Per giorni e giorni, mentre l’Iran esplodeva di proteste, la stampa italiana guardava altrove. Adesso succede lo stesso con i curdi ad Aleppo: una delle comunità più coraggiose e dimenticate del Medio Oriente perde tutto, e quasi nessuno ne parla. Come se fosse normale che, nel gennaio 2026, una parte intera di una città venga assediata, bombardata, svuotata, e la notizia passi in fondo ai notiziari — se va bene. Cosa è successo ad Aleppo Dal 6 all’11 gennaio, i quartieri curdi di Sheikh Maqsoud, Ashrafieh e Bani Zaid — a lungo controllati dalle forze curde (SDF e Asayish) — sono stati attaccati e riconquistati dall’esercito siriano, con supporto di milizie alleate del regime. Prima l’assedio: tagli a luce, acqua, internet. Poi i bombardamenti. Infine la resa. Le forze curde sono state evacuate sotto cessate il fuoco mediato anche dagli USA. Risultato: oltre 100.000 sfollati, decine di morti, 300 curdi arrestati. Fine dell'autonomia curda ad Aleppo, dopo anni di resistenza. Eppure — silenzio. Se non fosse per qualche riga nelle agenzie o nei siti specializzati, l’Italia non saprebbe nulla. E non è un caso. Erdogan festeggia. E bombarda A rincarare la dose, Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia, ha definito questa offensiva “un guadagno storico”. Parla di pace, mentre i suoi droni colpiscono regolarmente le postazioni curde nel nord della Siria e dell’Iraq, bombardano villaggi, distruggono ospedali, attaccano chiunque assomigli a una forma di autogoverno curdo. E non è solo guerra. È una strategia deliberata: togliere ogni spazio ai curdi, militarmente e politicamente. E farlo con l’appoggio, o il silenzio, degli alleati occidentali. E noi? I curdi non sono perfetti. Ma sono stati — in Siria, in Iraq, perfino in Turchia — tra i pochi a combattere davvero l’ISIS. Lo hanno fatto anche per noi. Per anni sono stati il volto più dignitoso e laico della resistenza locale contro il jihadismo. E oggi? Cacciati da Aleppo, repressi in Iran, ignorati in Europa. Trattati come un problema da nascondere sotto il tappeto. L’Italia tace. I giornali tacciono. Ma il silenzio non è neutro. È una forma di complicità. E quando un popolo viene cancellato in diretta, senza che nessuno dica nulla, la censura non è solo là. È anche qui.