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🇮🇹 Archeologia e musei 🇬🇧 Archaeology and museums

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Publicaciones del Canal
POMPEI DOPO LA DISTRUZIONE E PRIMA DELLA SUA SCOPERTA È stato pubblicato in questi giorni lo studio scientifico relativo alle più recenti indagini condotte nell’Insula Meridionalis di Pompei. L’esito è interessante perché sono emerse tracce di frequentazione in età tardoantica e rinascimentale. Il tema è interessante, perché per una volta sposta il focus dal 79 d.C. a epoche più recenti, andando a indagare anche un aspetto molto poco noto, ovvero la frequentazione in età tardoantica di una parte di una città che è stata distrutta due-tre secoli prima. In particolare per la rioccupazione di età tardoantica, si nota come essa sfrutti la Casa dei Mosaici Geometrici (oggetto dell’indagine) impostando nuovi pavimenti direttamente sul livello di lava e cinerite che aveva sigillato la casa, mentre altrove è stato ricavato un forno all’interno di una cisterna. Rimando all’articolo scientifico disponibile in lettura sul sito web del Parco archeologico di Pompei: https://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/pompei-oltre-il-79-d-c-nuove-evidenze-dallinsula-meridionalis-tra-tarda-antichita-e-rinascimento/

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24 AGOSTO 79 D.C.: AVVENNE OGGI L’ERUZIONE DEL VESUVIO Anche se, ancora in anni recenti, la data dell’eruzione del Vesuvio è stata dibattuta, l’analisi delle fonti filologiche, archeobotaniche, archeozoologiche, archeologiche confermano che l’eruzione avvenne effettivamente nonum kal. Septembres, cioè nove giorni prima delle Calende di settembre, il 24 agosto per l’appunto, come peraltro scritto da Plinio il Giovane, che in due lettere, di cui una a Tacito, racconta dell’eruzione nel corso della quale perse la vita lo zio, Plinio il Vecchio. A fare un’accurata sintesi delle prove che confermano la data dell’eruzione, nonché a proporre un’interpretazione suggestiva del carro rinvenuto nella grande villa di Civita Giuliana è un articolo di Helga di Giuseppe, da anni attenta al tema, disponibile su Academia: https://www.academia.edu/172251593/Plinio_il_Vecchio_e_l_eruzione_vesuviana_del_79_d_C_tra_archeologia_scienza_e_propaganda e che per comodità vi allego anche qui.
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--- CONTINUA --- PANE RAFFIGURATO E PANE CARBONIZZATO Il quadretto (una copia) è esposto a Castel Sant’Angelo in occasione de
--- CONTINUA --- PANE RAFFIGURATO E PANE CARBONIZZATO Il quadretto (una copia) è esposto a Castel Sant’Angelo in occasione della mostra “L’arte di vivere a Ercolano” insieme ad alcune pagnotte carbonizzate e giunte fino a noi, salvate da quei lapilli che tutto hanno distrutto. Poter vedere quelle forme di pane, così come i semi, le granaglie e quant’altro si è conservato nonostante l’eruzione e proprio grazie ad essa, fa davvero impressione. Così le piccole ceste di vimini o la grande cassapanca in legno diventano oggetti incredibili perché proprio la loro deperibilità nel normale corso delle cose le ha trasformate in veri fossili che da 2000 anni ancora resistono. E questo è indubbiamente magnifico.
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L’AFFRESCO CON DISTRIBUZIONE DEL PANE DALLA CASA DEL PANETTIERE DI POMPEI Un quadretto di piccole dimensioni, come tanti quad
L’AFFRESCO CON DISTRIBUZIONE DEL PANE DALLA CASA DEL PANETTIERE DI POMPEI Un quadretto di piccole dimensioni, come tanti quadretti da Pompei sono esposti al MANN di Napoli. Questo raffigura una scena di distribuzione di pane. Inizialmente interpretata come panetteria, in realtà la scena sembra più raffigurare un momento di elargizione di pane gratuito. Infatti il personaggio che consegna la forma di pane nelle mani di un avventore indossa la toga, cosa che difficilmente un vero fornaio, anzi bottegaio rivenditore al minuto avrebbe fatto. La scena è di fatto dominata dal personaggio in toga, frontale (anche se di scorcio, in un’interessante vista prospettica) che porge un pane a uno dei tre avventori, tra i quali un ragazzino che alza le braccia a reclamare la sua parte.
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L’ERCOLE EBBRO (O ERCOLE MINGENS) DA ERCOLANO Esatto, mingens significa “che fa pipì” e proprio in questa posa decisamente po
L’ERCOLE EBBRO (O ERCOLE MINGENS) DA ERCOLANO Esatto, mingens significa “che fa pipì” e proprio in questa posa decisamente poco eroica è eternato nel marmo Ercole, in una statuetta da Ercolano, Casa dei Cervi, della quale decorava il giardino. L’eroe si regge in piedi a fatica, ma non rinuncia ai suoi attributi, la clava e la leonté, mentre, gonfio di vino, cerca di espletare le sue funzioni corporali. Il modello si diffonde già dal II secolo a.C. e prende spunto dalla letteratura comica e satirica greca: basti pensare, ad esempio, all’Alcesti, dove un Eracle particolarmente esagitato, ubriaco e festaiolo si rende conto solo all’ultimo del lutto che ha colto il suo ospite Admeto. La statua si data al I secolo d.C. e la sua presenza nella domus si deve al suo legame con il momento del banchetto, dell’otium e dei piaceri.
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--- CONTINUA --- UNA MOSTRA “SPOT” Una mostra-spot, verrebbe da dire. Una selezione di oggetti, alcuni dei quali quantomeno c+3
--- CONTINUA --- UNA MOSTRA “SPOT” Una mostra-spot, verrebbe da dire. Una selezione di oggetti, alcuni dei quali quantomeno curiosi, il cui unico scopo, mi viene da pensare, sia promuovere il Parco archeologico di Ercolano. Operazione sicuramente legittima e anzi da guardare con un certo interesse: non sarebbe male se i grandi attrattori culturali italiani, come appunto Castel Sant’Angelo, e poi Parco del Colosseo, Uffizi, Pompei ospitassero mostre in cui promuovono altri Luoghi della cultura del Mic; potrebbe essere un’interessante operazione culturale di valorizzazione e di rete. Voglio sperare, quindi, che ci sia questa motivazione alla base e che essa possa essere eretta a sistema: ne guadagnerebbero, almeno in termini di visibilità, se non di incremento dei visitatori, diverse realtà meno note, meno mainstream e meno raggiungibili d’Italia. Anzi, più che ci penso, più che mi sembra un’ottima idea: che ne pensate?
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“ERCOLANO E L’ARTE DI VIVERE” IN MOSTRA A CASTEL SANT’ANGELO Si apre con una Vunderkammer immaginaria, nella quale sono riuni+3
“ERCOLANO E L’ARTE DI VIVERE” IN MOSTRA A CASTEL SANT’ANGELO Si apre con una Vunderkammer immaginaria, nella quale sono riuniti variamente reperti provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano, con la dichiarata finalità di stupire chi entra nella piccola sala introduttiva della mostra allestita a Castel Sant’Angelo. Nelle sale successive si susseguono il tema della fascinazione sette-ottocentesca per il tema dell’eruzione, e poi la vita quotidiana a Ercolano, attraverso le botteghe, la dispensa e la cucina, il banchetto. Non esattamente una mostra dall’alto profilo scientifico, né tantomeno una mostra didascalica: sicuramente riscuotono interesse i reperti in materiale deperibile, sopravvissuti all’eruzione come certi pani bruciati, o certe piccole ceste di vimini, o ancora una grande cassapanca in legno; ancora, degni di nota alcuni piccoli quadretti di vere e proprie nature morte o di scenette di vita quotidiana, come l’affresco con la bottega del panettiere dall’omonima casa ercolanense.
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VISITARE CARSULAE E ACQUASPARTA Sul blog Maraina in viaggio oggi andiamo alla scoperta della città romana di Carsulae, in Umbria, lungo l'antica Via Flaminia. E dopo aver visitato l'area archeologica andremo ad Acquasparta, a visitare Palazzo Cesi, che fu dimora di colui che per primo condusse scavi (antiquari) a Carsulae, nonché fondatore dell'Accademia dei Lincei, Federico Cesi. Buona lettura! https://marainainviaggio.com/2026/08/18/visitare-carsulae-e-acquasparta/
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RECENSIONE A “LE DONNE E L’ARCHEOLOGIA IN LIGURIA TRA ‘800 E ‘900” Di libri come questo ce ne vorrebbero di più, almeno uno per regione, se si sceglie il criterio regionale, com'è avvenuto in questo caso: raccontare l'attività delle archeologhe che tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento si sono fatte strada e ritagliate uno spazio in un mondo fatto di uomini è un'opera meritoria, che rende giustizia a queste donne che con impegno, costanza, dedizione e passione si sono dedicate alla disciplina. "Le donne e l'archeologia in Liguria tra '800 e '900" è un importante tassello per la riscoperta di figure di studiose, ricercatrici, funzionarie preposte alla tutela spesso, altrimenti, dimenticate. https://generazionediarcheologi.com/2026/08/01/recensione-a-le-donne-e-larcheologia-in-liguria-tra-800-e-900/
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--- CONTINUA --- Delle due statuette di Osiride Chronocrator/Aiòn in mostra solo una è integra, completa della testa che indo+1
--- CONTINUA --- Delle due statuette di Osiride Chronocrator/Aiòn in mostra solo una è integra, completa della testa che indossa un copricapo striato, probabilmente il nemes, e un ureo sulla fronte, mentre in mano tiene il flagello nekhnekh e lo scettro heqa. La statuetta si data al III secolo d.C. e proviene dalla via Cassia. L’altra statuetta, purtroppo priva della testa, mostra però molto bene il serpente che avvolge tre colte il corpo; nelle mani Aiòn tiene due chiavi e uno scettro, attributi di chi domina il tempo e apre le porte dell’oltretomba. La statuetta proviene da Roma San Paolo e si data al II-III secolo d.C.
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DUE STATUETTE DI OSIRIDE CRONOCRATOR / AION DALLE COLLEZIONI DEL MUSEO NAZIONALE ROMANO Anche se la mostra Aegyptus non mi ha
DUE STATUETTE DI OSIRIDE CRONOCRATOR / AION DALLE COLLEZIONI DEL MUSEO NAZIONALE ROMANO Anche se la mostra Aegyptus non mi ha convito, alcuni reperti esposti sono effettivamente molto interessanti, perché parlano di un sincretismo religioso e culturale davvero sfaccettato. E infatti è proprio questo il problema della mostra: regala solo alcuni assaggi, ma non consente di esplorare il tema in tutte le sue sfaccettature. Detto questo, ci sono altre due opere esposte, entrambe parte delle collezioni del MNR, di cui questa volta è nota la provenienza da Roma e datate al II-III secolo d.C. che hanno suscitato il mio interesse. Si tratta della divinità Osiride Chronocrator (Signore del tempo) che fonde l’egizio Osiride con Aiòn (divinizzazione del tempo ciclico e dunque dell’eternità). Sempre alle collezioni del MNR – Palazzo Altemps appartiene una statua ben conservata del dio attorno al cui corpo si avvolge il serpente simbolo del tempo e del ciclo di morte-rinascita caro appunto ad Aiòn (in foto).
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--- CONTINUA --- La prima lastra presenta il classico paesaggio nilotico con capanne sormontate da cicogne sullo sfondo, ment+1
--- CONTINUA --- La prima lastra presenta il classico paesaggio nilotico con capanne sormontate da cicogne sullo sfondo, mentre vicino alla riva scorre un’imbarcazione con due pigmei tra coccodrilli, anatre e un ippopotamo. La seconda, più popolata, racchiude tre scenette differenti sotto ciascuna delle tre arcate: un contadino spinge un asino carico di anfore, sullo sfondo di una palma; la personificazione del Nilo in veste di vecchio barbato sdraiato davanti a un altare; tre personaggi a banchetto in riva al fiume sotto un tendaggio ignari del coccodrillo che sta per tender loro un agguato.
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DUE LASTRE CAMPANA CON SCENE NILOTICHE DALLE COLLEZIONI DEL MUSEO NAZIONALE ROMANO Attualmente esposte in mostra nella Sala O+1
DUE LASTRE CAMPANA CON SCENE NILOTICHE DALLE COLLEZIONI DEL MUSEO NAZIONALE ROMANO Attualmente esposte in mostra nella Sala Ottagona, queste due lastre campana si fanno notare per il loro soggetto e per la vivacità delle scene. Si tratta in entrambi i casi di due scene nilotiche, scene di genere che si diffondono a Roma nel corso del I secolo a.C. e che hanno un vero e proprio exploit dopo la conquista dell’Egitto da parte di Ottaviano nel 31 a.C. Per quanto appartenenti a due cicli diversi, entrambe le lastre presentano la scena incorniciata dietro un porticato, in un caso sorretto da pilastri sormontati da capitelli a sofà, nell’altro da eleganti colonne tortili sormontate da capitelli tuscanici. Di entrambe, purtroppo è ignota la provenienza; entrambe si datano all’età augustea.
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AEGYPTUS: LA MOSTRA IN CORSO ALLA SALA OTTAGONA DELLE TERME DI DIOCLEZIANO Sinceramente? Mi aspettavo qualcosa di più. Una mo+3
AEGYPTUS: LA MOSTRA IN CORSO ALLA SALA OTTAGONA DELLE TERME DI DIOCLEZIANO Sinceramente? Mi aspettavo qualcosa di più. Una mostra che si intitola “Aegyptus – Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserti in epoca romana” mi fa pensare a un percorso narrativo e archeologico argomentato e approfondito o quantomeno – conoscendo le limitate dimensioni della Sala Ottagona – una sintesi efficace, sul tema del sincretismo religioso che si viene a creare in età romana e sulle continuità egizie in età imperiale. Invece no. Cinque vetrine che sinceramente non costruiscono un racconto, ma sono una sequenza di oggetti talvolta belli, talvolta curiosi, parte delle collezioni del Museo Nazionale Romano, con qualche incursione dei recuperi da parte del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale. Quanto ai video, che occupano 2/3 della Sala Ottagona… boh, tra un racconto affidato all’AI e rari resoconti di missioni archeologiche italiane in Egitto no, non mi hanno convinto. Peccato, occasione persa per fare qualcosa di buono.
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--- CONTINUA --- La stele di Iside Thermutis del Museo Nazionale Romano si data al II secolo d.C., in piena età romana, mostr+1
--- CONTINUA --- La stele di Iside Thermutis del Museo Nazionale Romano si data al II secolo d.C., in piena età romana, mostra la dea con il busto di donna e parte inferiore anguiforme, nell’atto di allattare il coccodrillo Sobek-Horus, mentre tiene indossa il basileion isiaco, cioè la corona costituita in questo caso da corna bovine che racchiudono il disco solare e tiene nella destra un bastone. Essa appare al centro dell’ingresso monumentale a un tempio, il cui portale presenta gli stipiti sormontati da due leoni accosciati (uno ben conservato, l’altro pressoché scomparso), con le zampe incrociate.
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UNA STELE DI ISIDE THERMUTIS Proviene da Tebtynis, Fayum, Medinet Madi questa stele (alta circa 50 cm) che fu donata da Carlo
UNA STELE DI ISIDE THERMUTIS Proviene da Tebtynis, Fayum, Medinet Madi questa stele (alta circa 50 cm) che fu donata da Carlo Anti al Museo Nazionale Romano e fa parte delle collezioni delle Terme di Diocleziano, esposta in questo periodo nella Sala Ottagona in occasione della mostra Aegyptus. Sulla stele è raffigurata Iside come dea serpente col busto di donna che sfuma in un corpo di rettile, fondendosi così con Thermutis, dea protettrice delle messi del Fayum e dei defunti. Ma Iside Thermutis è un’invenzione, per così dire, di età ellenistica (interpretatio è il termine tecnico latino corretto) della dea-cobra Renenutet. Costei è divinità invece molto antica, risale fino all’Antico Regno, quando aveva il ruolo di guardiana del Tesoro Reale e degli oggetti preziosi; solo in un secondo tempo diverrà protettrice dei cereali.
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--- CONTINUA --- MAGICHE TRASPARENZE La mostra permanente racconta, attraverso un percorso didattico piuttosto ben fatto e be+4
--- CONTINUA --- MAGICHE TRASPARENZE La mostra permanente racconta, attraverso un percorso didattico piuttosto ben fatto e ben allestito, da un lato gli usi, le funzioni e le produzioni del vetro in età romana; dall’altro è l’occasione per esporre i cospicui rinvenimenti in vetro provenienti dai corredi funerari di sepolture dalle necropoli variamente scavate nel corso del tempo ad Albenga. Bottiglie, boccette, unguentari, ma anche piatti e coppette, bicchieri, ollette. Talvolta rinvenuti in associazione con gioielli e oggetti da toeletta femminile, ma non solo. Le necropoli di Albenga si sono rivelate piuttosto interessanti nel restituire la cultura materiale in una città che nella prima età imperiale era piuttosto vitale, sorgendo lungo la via Julia Augusta che viaggiava lungo la costa fino a raggiungere la Francia presso il Tropaeum Alpium (oggi La Turbie, in Costa Azzurra, alle spalle di Montecarlo).
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IL PIATTO BLU DA ALBENGA E' un oggetto talmente eccezionale che ci aspetteremmo di vederlo esposto al Louvre, ai Musei Vatica+2
IL PIATTO BLU DA ALBENGA E' un oggetto talmente eccezionale che ci aspetteremmo di vederlo esposto al Louvre, ai Musei Vaticani, in qualche museo di fama internazionale. Invece no, per fortuna è esposto nella città nella quale è stato rinvenuto, Albenga (SV), in una Mostra Permanente a Palazzo Oddo. La mostra permanente espone i (tanti) reperti in vetro venuti in luce nel corso degli scavi nelle necropoli di Albenga (in età romana Albingaunum): un percorso che del vetro racconta utilizzi, funzioni, la produzione e i luoghi di ritrovamento. L'esposizione culmina proprio nel Piatto Blu, cui è dedicata un'intera sala. Di grandi dimensioni, è decorato al centro con due putti, uno dei quali alato che tiene in mano una siringa a sei canne (quello che noi chiamiamo comunemente flauto di Pan), mentre l'altro regge sulle spalle un otre. I due putti rimandano al mondo dionisiaco. La forma del piatto, invece, richiama l'ancor più prezioso vasellame in argento che arricchiva le mense aristocratiche di alto livello.
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UN ALFABETARIO ETRUSCO A FORMA DI… GALLETTO Sembra provenire da Viterbo, ma fa parte delle collezioni del MET di New York un
UN ALFABETARIO ETRUSCO A FORMA DI… GALLETTO Sembra provenire da Viterbo, ma fa parte delle collezioni del MET di New York un vaso plastico in bucchero a forma di galletto, variamente interpretato come giocattolo, brocchetta o calamaio. L’oggetto, risalente alla seconda metà del VII secolo a.C., riporta iscritte sulla pancia le 26 lettere dell’alfabeto etrusco. La testa fungeva da tappo per questo particolare contenitore che aveva un piccolo anello sul retro, probabilmente per far sì che esso potesse essere sospeso o trasportato; manca la coda del galletto, che probabilmente era incurvata verso il basso a fungere da terzo piede, oltre ai due piedini sagomati. Infine, la testa e il corpo sono incise, a evocare la cresta e il piumaggio.
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LA TOMBA DELL’ATLETA DI TARANTO La tomba dell’Atleta di Taranto venne in luce nel 1959 in via Genova a Taranto. All’interno d
LA TOMBA DELL’ATLETA DI TARANTO La tomba dell’Atleta di Taranto venne in luce nel 1959 in via Genova a Taranto. All’interno del sarcofago si conservava molto bene lo scheletro di un giovane alto 1,70 m con spalle larghe, corporatura massiccia, dentatura perfetta. Nonostante ciò, egli morì piuttosto giovane, entro i 35 anni, a causa forse dell’artrite i cui segni sono ben leggibili sulle ossa, in particolare su una scapola. L’atleta nel corso della sua breve vita vinse i giochi panatenaici aggiudicandosi ben 4 anfore panatenaiche, il premio per il vincitore, corrispettivo della nostra medaglia d’oro. In particolare si distinse nel pentathlon, che prevedeva salto in lungo, lancio del giavellotto, lancio del disco, lotta e corsa; alcune caratteristiche dello scheletro, in particolare delle gambe, si accordano con l’esercizio di queste discipline; un’altra anfora racconta invece che il nostro atleta vinse anche nella corsa delle bighe.
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