ch
Feedback
Free4Future

Free4Future

前往频道在 Telegram

Non c'è pace senza verità. Notizie video e approfondimenti sul Medio e Vicino Oriente Abbiamo attivato il gruppo per ricevere i vostri messaggi, suggerimenti, commenti https://t.me/+TLUWaMOIcR5iMWU0

显示更多
1 473
订阅者
+224 小时
无数据7
+1230
帖子存档

Orde Wingate, l’antisionista che diventò sionista in Palestina Orde Wingate arrivò nella Palestina mandataria nel settembre 1
Orde Wingate, l’antisionista che diventò sionista in Palestina Orde Wingate arrivò nella Palestina mandataria nel settembre 1936, come ufficiale britannico destinato al Medio Oriente. Parlava arabo e aveva già prestato servizio in Sudan, con truppe arabe. Conosceva bene il mondo arabo-musulmano dall’interno e condivideva, almeno in partenza, la visione prevalente tra i militari inglesi del Mandato, quella che si reggeva sull’asse con i leader arabi locali e che considerava il sionismo come un elemento estraneo e destabilizzante. Ma, una volta assunto l’incarico, l’ufficiale cominciò a prendere coscienza di una realtà diversa da quella concepita fino a quel momento. Studiò con intensità la storia della regione e dell’Yishuv, visitò gli insediamenti ebraici, osservò sul terreno cosa significasse costruire economia, infrastrutture e sicurezza dal niente, in un territorio che l’amministrazione britannica continua a trattare come semplice spazio strategico. Imparò anche l’ebraico e strinse rapporti con Chaim Weizmann e Moshe Sharett. È in una lettera del 1937, inviata al cugino Reginald, che si apprende con chiarezza questo cambio di rotta. Wingate parlò della lealtà degli ebrei all’Impero, della loro affidabilità, della loro capacità di lavoro; descrisse con queste parole ciò che vide come una trasformazione tangibile: “You would be amazed to see the desert blossom like a rose; intensive horticulture everywhere—such energy, faith, ability and inventiveness as the world has not seen.” Fu nel contesto della rivolta araba del 1936–1939 che Wingate divenne definitivamente scomodo per l’amministrazione del Mandato britannico, perché passò all’azione, operando secondo una logica militare. Osservò insediamenti sotto attacco, valutò la difesa passiva come equivalente alla resa e interpretò la rivolta come una strategia politica volta a espellere la presenza britannica e a interrompere il progetto sionista. Rilevò inoltre l’ambiguità della gestione imperiale: una repressione alternata a concessioni, l’uso delle commissioni d’inchiesta come strumenti di rinvio decisionale, e una tolleranza selettiva verso la violenza araba funzionale al contenimento dell’autonomia ebraica. Per tale ragione, propose di inquadrare le Special Night Squads, unità mobili anglo-ebraiche impiegate in operazioni notturne contro bande armate e sabotatori, con l’obiettivo di colpire le reti di supporto alla guerriglia araba. Per l’amministrazione britannica, l’iniziativa era inaccettabile: armare e addestrare ebrei, concedere loro autonomia operativa, significava trasformare una popolazione da controllare in una forza capace di reagire. Da quel momento, Wingate divenne un elemento oltremodo problematico, soprattutto per i risultati ottenuti, per i metodi introdotti e per la formazione di uomini destinati a ricoprire ruoli militari di rilievo. In termini operativi, stava accelerando l’autonomia dell’elemento ebraico, un fattore di rischio in un sistema coloniale. A causa di queste attività, venne così progressivamente isolato fino al suo trasferimento definitivo. La sua condanna fu riconoscere gli ebrei come una forza capace di modificare gli equilibri coloniali e che l’efficacia della violenza araba dipendeva anche dalla tolleranza istituzionale. Scelto per il suo orientamento filo-arabo ma trasformato dagli eventi, diventò un elemento di intralcio per la linea di condotta britannica nel Mandato. Nel 1938, Wingate rientrò in Gran Bretagna e, forte della sua esperienza, criticò apertamente la politica del Mandato, esercitando ogni tipo di pressione politica in favore dell’Yishuv. Tuttavia, la pubblicazione del Libro Bianco del 1939 spazzò via ogni suo sforzo in tal senso.

L'ultima dichiarazione di Trump sull'iran
L'ultima dichiarazione di Trump sull'iran

Emanuele Ottolenghi su Il Giornale di oggi. Da leggere.
Emanuele Ottolenghi su Il Giornale di oggi. Da leggere.

Si chiama Erfan Soltani, ha 26 anni e tra due giorni sarà impiccato. E' di Fardis, sobborgo di Karaj, vicino a Teheran. Non è
Si chiama Erfan Soltani, ha 26 anni e tra due giorni sarà impiccato. E' di Fardis, sobborgo di Karaj, vicino a Teheran. Non è stato arrestato durante le proteste, ma prelevato direttamente a casa sua tra il 9 e il 10 gennaio dalle forze di sicurezza: un arresto mirato. Il procedimento giudiziario è stato un processo farsa, svolto senza avvocato difensore, senza udienza pubblica e senza accuse formali. Alla famiglia la sentenza è stata comunicata ieri e oggi hanno avuto dieci minuti per salutarlo. In Iran questo significa una sola cosa: esecuzione imminente. Il messaggio dei mullah è chiaro: verremo a prendervi a casa, uno per uno, e vi impiccheremo.

Corso di perfezionamento UNIFI 2025-2026 - Aperto ai laureati di tutte le discipline. Trasmettere la memoria della Shoah nell’epoca dell’IA Un corso che lascia il segno. Anche dopo la fine delle lezioni. Ogni seminario è registrato e resta a disposizione dei corsisti: uno strumento utile, anche come materiale didattico. Nelle edizioni passate sono nate reti tra partecipanti che hanno dato vita a progetti concreti. Qui non si ascolta soltanto: si interagisce, si discute, si costruisce con i relatori. Le lezioni si svolgono online (16.00–18.30), con workshop e attività in presenza, inclusa una visita e un laboratorio conclusivo. E quest’anno, per un numero limitato di corsisti, è previsto un seminario residenziale a Gerusalemme, grazie all’accordo tra UNIFI, Yad Vashem e USR Toscana. I 25 CFU valgono anche per il punteggio nelle graduatorie scolastiche interne. Iscrizioni aperte fino all'8 gennaio 2025 Quota di partecipazione: 350 euro Carta del Docente attiva (codice 101145) Link: https://www.forlilpsi.unifi.it/vp-160-corsi-di-perfezionamento-e-aggiornamento-2025-2026.html Contatti: didatticashoah.perfezionamento@forlilpsi.unifi.it

Corso di perfezionamento UNIFI 2025-2026 - Aperto ai laureati di tutte le discipline. Trasmettere la memoria della Shoah nell’epoca dell’IA Un corso che lascia il segno. Anche dopo la fine delle lezioni. Ogni seminario è registrato e resta a disposizione dei corsisti: uno strumento utile, anche come materiale didattico. Nelle edizioni passate sono nate reti tra partecipanti che hanno dato vita a progetti concreti. Qui non si ascolta soltanto: si interagisce, si discute, si costruisce con i relatori. Le lezioni si svolgono online (16.00–18.30), con workshop e attività in presenza, inclusa una visita e un laboratorio conclusivo. E quest’anno, per un numero limitato di corsisti, è previsto un seminario residenziale a Gerusalemme, grazie all’accordo tra UNIFI, Yad Vashem e USR Toscana. I 25 CFU valgono anche per il punteggio nelle graduatorie scolastiche interne. Iscrizioni aperte fino all'8 gennaio 2025 Quota di partecipazione: 350 euro Carta del Docente attiva (codice 101145) Link: https://www.forlilpsi.unifi.it/vp-160-corsi-di-perfezionamento-e-aggiornamento-2025-2026.html Contatti: didatticashoah.perfezionamento@forlilpsi.unifi.it

L’Iran che nessuno sta spiegando Le rivolte iraniane sono un regolamento di conti con il potere. E quando in Iran si farà davvero i conti con il regime, qui in Occidente dovremo fare i conti con chi lo ha coperto, minimizzato, giustificato. C’è un elemento decisivo per capire le rivolte iraniane che attraversano il Paese da anni, e che i media ignorano, perché spesso sono ignoranti. Nel 2025–2026 circa il 50% della popolazione iraniana ha meno di 35 anni, con un’età mediana attorno ai 34–35. Dentro questo dato c’è un altro elemento sistematicamente rimosso: le donne rappresentano almeno la metà di questa generazione, e sono il gruppo che paga il prezzo più alto del blocco politico, sociale e culturale del Paese. Il punto decisivo è che la maggioranza degli iraniani sotto i 35 anni non ha alcun debito simbolico verso la Rivoluzione del 1979. Non l’ha fatta, non ne ha beneficiato, ne subisce solo i costi. Per questo le proteste non chiedono riforme ma rottura; non chiedono riforme ma la resa dei mullah. Oggi il rifiuto è esplicito: dell’autorità religiosa, dei simboli dell’islam, dell’assetto teocratico nel suo complesso. È una frattura culturale prima ancora che politica — e per le donne è una questione di controllo quotidiano dei corpi, della libertà personale, dell’accesso al lavoro, allo spazio pubblico, alla vita adulta. Questa generazione ha vissuto tutte le grandi fratture politiche dell’Iran contemporaneo: il Green Movement del 2009; le rivolte del 2017–2018; il novembre 2019; il ciclo 2022–2023 dopo la morte di Mahsa Amini; fino alle mobilitazioni del 2025–2026. Ogni volta la stessa traiettoria: scintilla iniziale, politicizzazione rapida, repressione brutale. Soffocate nel sangue. Non si tratta di giovani impulsivi o marginali. È una generazione di giovani adulti istruiti, urbanizzati e connessi, uomini e donne, che ha interiorizzato aspettative di vita moderne senza poterle realizzare. In sociologia si parla di waithood: una sospensione forzata dell’ingresso nell’età adulta. Studi, lavori precari, impossibilità di costruire autonomia, mentre il regime continua a imporre controllo ideologico, religioso e morale. Per le donne questa sospensione è aggravata da una discriminazione legale e simbolica strutturale, che rende la frustrazione ancora più radicale. #FreeIranianWomen #FreeIran2026

L’Iran che nessuno sta spiegando Le rivolte iraniane sono un regolamento di conti con il potere. E quando in Iran si farà dav
L’Iran che nessuno sta spiegando Le rivolte iraniane sono un regolamento di conti con il potere. E quando in Iran si farà davvero i conti con il regime, qui in Occidente dovremo fare i conti con chi lo ha coperto, minimizzato, giustificato. C’è un elemento decisivo per capire le rivolte iraniane che attraversano il Paese da anni, e che i media ignorano, perché spesso sono ignoranti. Nel 2025–2026 circa il 50% della popolazione iraniana ha meno di 35 anni, con un’età mediana attorno ai 34–35. Dentro questo dato c’è un altro elemento sistematicamente rimosso: le donne rappresentano almeno la metà di questa generazione, e sono il gruppo che paga il prezzo più alto del blocco politico, sociale e culturale del Paese. Il punto decisivo è che la maggioranza degli iraniani sotto i 35 anni non ha alcun debito simbolico verso la Rivoluzione del 1979. Non l’ha fatta, non ne ha beneficiato, ne subisce solo i costi. Per questo le proteste non chiedono riforme ma rottura; non chiedono riforme ma la resa dei mullah. Oggi il rifiuto è esplicito: dell’autorità religiosa, dei simboli dell’islam, dell’assetto teocratico nel suo complesso. È una frattura culturale prima ancora che politica — e per le donne è una questione di controllo quotidiano dei corpi, della libertà personale, dell’accesso al lavoro, allo spazio pubblico, alla vita adulta. Questa generazione ha vissuto tutte le grandi fratture politiche dell’Iran contemporaneo: il Green Movement del 2009; le rivolte del 2017–2018; il novembre 2019; il ciclo 2022–2023 dopo la morte di Mahsa Amini; fino alle mobilitazioni del 2025–2026. Ogni volta la stessa traiettoria: scintilla iniziale, politicizzazione rapida, repressione brutale. Soffocate nel sangue. Non si tratta di giovani impulsivi o marginali. È una generazione di giovani adulti istruiti, urbanizzati e connessi, uomini e donne, che ha interiorizzato aspettative di vita moderne senza poterle realizzare. In sociologia si parla di waithood: una sospensione forzata dell’ingresso nell’età adulta. Studi, lavori precari, impossibilità di costruire autonomia, mentre il regime continua a imporre controllo ideologico, religioso e morale. Per le donne questa sospensione è aggravata da una discriminazione legale e simbolica strutturale, che rende la frustrazione ancora più radicale. #FreeIranianWomen #FreeIran2026

Cambio si scaglia sulla manifestazione pro Iran. Nell'abitacolo, un messaggio anti scià. Come sempre, per questi individui la
Cambio si scaglia sulla manifestazione pro Iran. Nell'abitacolo, un messaggio anti scià. Come sempre, per questi individui la soluzione non è il dialogo ma la violenza.

Chi ha paura della definizione IHRA di antisemitismo? Federica Iaria per Free4Future Secondo Amnesty International, moltissimi. L’organizzazione ha pubblicato un lungo documento contro i disegni di legge che adottano la definizione operativa dell’IHRA come base per rafforzare la lotta all’antisemitismo, sostenendo che metterebbe a rischio la libertà di espressione garantita dall’articolo 21 della Costituzione. Secondo Amnesty, la definizione verrebbe usata per censurare critiche legittime a Israele, proteste pacifiche, attività accademiche e mobilitazioni civili. In particolare, l’organizzazione contesta che vengano considerate antisemite le attività del movimento BDS, l’uso del termine “genocidio” per Gaza e le comparazioni tra Israele e la Germania nazista. È qui che emerge la contraddizione. La definizione IHRA afferma esplicitamente che criticare Israele, anche duramente, non è antisemitismo, se lo si fa come con qualunque altro Stato. Il problema non è la critica, ma l’uso di un doppio standard: accusare Israele con categorie e metafore che non verrebbero mai applicate altrove. Difendendo questi linguaggi, Amnesty non tutela la libertà di espressione, ma legittima forme retoriche che cancellano la specificità dell’antisemitismo e trasformano gli ebrei in un bersaglio simbolico globale. È proprio il confine che la definizione IHRA tenta di tracciare.

Le proteste in Iran hanno superato un punto di non ritorno: sono apertamente anti-islamiche Le proteste in corso in Iran non rappresentano solo l’ennesima rivolta contro un regime autoritario. Segnano qualcosa di nuovo, radicale e senza precedenti nella storia della Repubblica Islamica: un rifiuto esplicito dell’Islam come fondamento dello Stato e dell’ordine sociale. Non si tratta più soltanto di slogan contro il governo, contro i mullah o contro la Guida Suprema. Nelle piazze iraniane compaiono incendi di moschee, roghi pubblici del Corano, devastazioni di centri religiosi. È successo a Teheran, in quartieri come Sa’adat Abad, Punak e Gholhak. È successo in province come Lorestan, Ilam, Khorasan. È successo a Esfarayen, Sarableh, Hamadan. I video circolano nonostante il blackout. Le stesse autorità iraniane lo ammettono, parlando di “attacchi ai luoghi sacri”. Questo non era mai accaduto su scala visibile e diffusa. Nemmeno nel 2019, nemmeno nel 2022 con Donna, Vita, Libertà. Allora si bruciavano banche, commissariati, immagini di Khamenei e simboli del potere statale. Oggi si brucia la religione che legittima quello Stato. In parallelo tornano slogan e simboli che il regime considerava sepolti: “Viva lo Scià”, bandiere con il leone e il sole, riferimenti espliciti alla monarchia pre-1979. Non è nostalgia folkloristica: è rifiuto totale dell’ordine islamico imposto dalla rivoluzione khomeinista. Quando una parte della società invoca apertamente lo Scià e brucia il Corano, sta dicendo una cosa molto semplice: questo sistema non è riformabile, va cancellato. Il bersaglio è l’Islam come struttura di potere, di coercizione e di controllo della vita quotidiana. È per questo che la repressione è così feroce: perché il regime non sta difendendo un governo, ma la propria legittimità religiosa. La Repubblica Islamica è costruita sull’idea che l’Islam governi tutto: lo Stato, la legge, il corpo delle donne, la morale pubblica, la politica estera. Quando una società comincia a bruciare moschee e testi sacri, non sta chiedendo riforme, sta rompendo il patto simbolico su cui quel sistema si regge. Questo è il punto di rottura. Ed è per questo che queste proteste fanno paura come nessun’altra prima. Non perché siano più violente, ma perché sono più radicali. Non chiedono un Islam migliore. Rifiutano l’Islam come religione di Stato, come ideologia, come destino imposto. È una frattura storica. E non si torna indietro bruciando qualche video o spegnendo internet.

Quando gli ebrei arrivano in Palestina Quando, a partire dalla fine dell’Ottocento, in primi gruppi di ebrei iniziano ad arri
Quando gli ebrei arrivano in Palestina Quando, a partire dalla fine dell’Ottocento, in primi gruppi di ebrei iniziano ad arrivare in Palestina, si trovarono di fronte una regione periferica, agricola, scarsamente industrializzata, attraversata da equilibri sociali fragili ma relativamente stabili. Il loro arrivo determinò non solo un cambiamento demografico ma anche economico, sociale e infrastrutturale. Ed fu proprio questo a renderlo politicamente destabilizzante. I primi insediamenti ebraici introdussero nuove forme di organizzazione del lavoro, investimenti agricoli capitalizzati, infrastrutture, reti commerciali. In alcune aree la produttività crebbe e il territorio cambiò di conseguenza; si registrò un aumento delle opportunità di lavoro. Questo sviluppo attrasse manodopera araba ma alterò gli equilibri economici precedenti, producendo maggiore mobilità e competizione. La Palestina ottomana cominciò a trasformarsi prima ancora di diventare un “problema” politico internazionale. Sotto il dominio ottomano, questa trasformazione restò contenuta entro logiche imperiali di controllo e tassazione. Non esisteva ancora un progetto nazionale, né ebraico né arabo. Ma con la fine della Grande guerra e l’instaurazione del Mandato britannico, la Palestina entrò pienamente nella logica coloniale europea. E l’unico interesse della Gran Bretagna fu mantenere il controllo strategico della regione e delle sue risorse, preservando la propria potenza imperiale. In questo quadro, la presenza ebraica rappresentò un fattore di crisi. Non perché destabilizzasse la convivenza con la parte araba, ma perché introdusse modernizzazione, autonomia economica, capacità organizzativa: tutti elementi che potevano mettere in discussione il dominio coloniale. La risposta britannica non fu un concentrato di promesse contraddittorie e ambiguità politiche. La vera violenza esplose nel primo dopoguerra. I pogrom e le rivolte si innestarono su un antisemitismo già presente nel mondo arabo, ben prima dell’arrivo degli ebrei europei, e che nei due decenni successivi venne ulteriormente radicalizzato dal contatto con l’ideologia nazista. La Gran Bretagna utilizzò questa ostilità a suo vantaggio: lasciò crescere la tensione, reprime solo parzialmente le rivolte, alternando concessioni e repressione e alimentando, secondo la logica del divide et impera. Le commissioni d’inchiesta, le proposte di spartizione, le restrizioni all’immigrazione non furono tentativi sinceri di soluzione, ma i meri strumenti di amministrazione del conflitto. La violenza diventò linguaggio politico, mentre il Mandato perdeva progressivamente ogni capacità di governo effettivo. Al principio degli anni Quaranta, il sistema era ormai al collasso. La questione ebraica, aggravata dalla catastrofe europea, si intrecciò definitivamente con quella araba. Questa settimana partiamo da qui: che cosa accade quando una società cambia più velocemente di quanto il potere coloniale sia in grado di gestire? E cosa succede quando chi porta il cambiamento diventa, per questo stesso motivo, il bersaglio principale?

Ecco come una ragazza iraniana, seguace dello zoroastrismo, spiega tutto "sulle dita": "Ciao, sono iraniana. Tutti continuano a porsi la stessa domanda: cosa c'è che non va nella sinistra? Perché sono così rumorosi, perché sostengono la Striscia di Gaza, ma rimangono completamente in silenzio quando si tratta dell'Iran? La risposta è semplice: perché la verità smaschera la menzogna. Perché riconoscere l'Iran distrugge la fantasia ideologica che hanno costruito. Siamo chiari: la Repubblica Islamica dell'Iran non è vittima dell'imperialismo occidentale. È un regime autoritario teocratico che esiste esportando la violenza, finanziando gruppi islamisti e reprimendo il proprio popolo. Sì, finanzia Hamas. Finanzia Hezbollah. Tutti questi piccoli gruppi per procura nella regione e nel mondo sono finanziati con denaro iraniano – non denaro del governo o del regime, ma fondi rubati: denaro preso da lavoratori che oggi in Iran non possono nemmeno permettersi il pane; da famiglie distrutte dall'inflazione; da donne che vengono picchiate, imprigionate, torturate e violentate per aver rifiutato la sottomissione religiosa. E questo È esattamente il motivo per cui la sinistra tace: perché Hamas alimenta la loro narrazione, ma il popolo iraniano no. Perché la violenza islamista contro gli israeliani può essere trasformata in "resistenza", ma la violenza islamista contro gli iraniani rivela la verità. Proprio in questo momento, mentre leggete questo, l'Iran – un paese con oltre 92 milioni di abitanti – viene distrutto in tempo reale. Un blackout quasi totale per più di 24 ore: niente internet, niente connessione telefonica, nessuna comunicazione. E – silenzio. Nessuna "protesta urgente" nelle università occidentali, niente hashtag, niente dichiarazioni di solidarietà, niente megafoni. Perché la sofferenza degli iraniani non rientra nei loro programmi. Perché i moderni movimenti di sinistra non sono più guidati dai diritti umani, ma dall'indignazione selettiva e dalla lealtà ideologica. Urleranno contro la censura, a meno che non sia un regime islamista. Condanneranno la violenza di stato fino in fondo, ma non diranno mai una parola se quella violenza è avvolta in un linguaggio religioso. Cantano "Palestina libera", ma non diranno mai "Iran libero", perché ciò richiederebbe una difficile ammissione: Che l'Islam politico non è liberazione, è dominio. E, tra l'altro, questo sta accadendo anche in Occidente oggi. La Repubblica Islamica non è antimperialista; è imperialista nei confronti del suo stesso popolo. Hamas non è un gruppo di resistenza isolato; fa parte di un più ampio ecosistema islamista finanziato, addestrato e sostenuto da regimi come la Repubblica Islamica dell'Iran. Ecco cosa non vogliono sentire: non si può rivendicare la superiorità morale giustificando un regime che uccide le donne e le punisce per aver rifiutato l'hijab, uccide i manifestanti, interrompe internet per una nazione di 92 milioni di persone e usa gruppi di supporto stranieri per nascondere il proprio collasso interno. Non si può fingere di preoccuparsi dei palestinesi ignorando gli iraniani che vengono fucilati, torturati e uccisi dalla Repubblica Islamica. Questa non è solidarietà, questa è cecità ideologica. Il popolo iraniano non è in silenzio, è costretto al silenzio. Il silenzio della sinistra occidentale è una loro scelta: una scelta di difendere l'ideologia, giustificare l'islamismo e chiudere un occhio. La sofferenza di milioni di persone, perché il dolore del popolo iraniano complica lo slogan. La storia ricorderà questo momento. Ricorderà chi ha parlato di libertà universale e chi ha deciso che alcune vite sono meno importanti della preservazione di una narrazione. Lunga vita all'Iran.

L'esercito iraniano e l'adesione di circa 50.000 alti ufficiali alla campagna "Cooperazione nazionale per salvare l'Iran" lan
L'esercito iraniano e l'adesione di circa 50.000 alti ufficiali alla campagna "Cooperazione nazionale per salvare l'Iran" lanciata dal figlio dello Scià dell'Iran, Reza Pahlavi...!! #IranIsBurning #Iran

Su spotify trovate i podcast di #riprendiamocilamemoria. https://open.spotify.com/playlist/3QzsxmGf02HvmKdwVewDvi

DALLA PARTE DI GIULIA. Giulia Sorrentino non è una “giornalista qualunque”: è una giornalista d’inchiesta, una di quelle poch
DALLA PARTE DI GIULIA. Giulia Sorrentino non è una “giornalista qualunque”: è una giornalista d’inchiesta, una di quelle poche in Italia che scava, verifica, pubblica i fatti anche quando danno fastidio ai potenti. Lei ha cominciato a indagare sul caso Hannoun. Per mesi. Ha portato fatti e prove. L'hanno minacciata, deve girare con la scorta. Ma la magistratura ha aperto indagini e ha arrestato decine di persone. E da quella inchiesta - che continua - a un'altra sul sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e sul coinvolgimento della cooperativa nella quale lavora sua moglie. Non sappiamo se anche questa inchiesta finirà nelle mani dei magistrati. Ma è un’inchiesta che mette in relazione fatti concreti, soldi pubblici e ruoli istituzionali, ponendo domande legittime su trasparenza, conflitti di interesse e responsabilità pubblica. Per l'inchiesta su Hannoun la Sorrentino ha ricevuto minacce, deve girare che la scorta, è stata aggredita fisicamente. Per l'inchiesta su Lepore viene querelata. Ma una cosa siamo certi: fare domande scomode non è diffamazione. È giornalismo. Esigere trasparenza dalle istituzioni non è attacco personale, è un diritto di tutti i cittadini. Giulia Sorrentino fa il suo lavoro con rigore, coraggio e senso del dovere. Nel farlo, dà voce a chi altrimenti non l’avrebbe. Se questo dà fastidio a chi detiene il potere, allora è esattamente perché fa bene il suo lavoro. Grazie Giulia.

Le rivolte in Iran: quando la protesta rifiuta l’Islam Le proteste in corso in Iran dal dicembre 2025 sono diverse da tutte le precedenti per un motivo decisivo: non sono solo anti-regime, ma apertamente anti-islamiche. In diverse città vengono incendiate moschee, bruciate copie del Corano, distrutti simboli religiosi. Tornano slogan monarchici, con l’invocazione dello scià, e compaiono riferimenti espliciti a Trump come simbolo di rottura totale con l’ordine imposto dalla Repubblica Islamica. È un passaggio storico: una parte rilevante della società iraniana rifiuta l’Islam come fondamento della vita pubblica e dello Stato. Per capire quanto sia radicale questa svolta, basta guardare alle principali rivolte dell’ultimo decennio. Tutte diverse all’origine, tutte con lo stesso esito. 2017–2018 Proteste iniziate per il caro-vita, rapidamente trasformate in slogan anti-regime e contro la Guida Suprema. Diffuse in oltre 140 città. Soffocate nel sangue. 2019–2020 (Bloody November) Esplose dopo l’aumento del prezzo della benzina. Oltre cento città coinvolte, blackout totale di internet, uso di armi da fuoco. Centinaia, forse oltre mille morti. Soffocate nel sangue. 2021 (Khuzestan, crisi idrica) Rivolta per la mancanza d’acqua e il collasso ambientale, con solidarietà nazionale. Anche qui slogan contro il regime e Khamenei. Soffocate nel sangue. 2022–2023 (Donna, Vita, Libertà) Innescate dalla morte di Mahsa Amini. Movimento guidato da donne e giovani, diffuso in tutte le province, con oltre 500 morti, arresti di massa ed esecuzioni. Soffocate nel sangue. Il pattern è chiaro: le cause cambiano, la risposta dello Stato no. Repressione, violenza letale, censura, esecuzioni. Ma oggi c’è un elemento nuovo. Per la prima volta su scala ampia, la religione stessa diventa bersaglio della rivolta.