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Hossein Yekta, il “Goebbels” di KhameneiHossein Yekta (nato ~1967 a Qom) è uno dei principali propagandisti del regime iraniano.
Veterano della guerra Iran-Iraq (ha perso un occhio), è diventato narratore ufficiale nei tour “Rahiyan-e Nur” per indottrinare i giovani con la “cultura del martirio”.
Oggi è membro del Consiglio Centrale del Quartier Generale Ammar, vicino ad Ali Khamenei, e figura chiave del Basij/IRGC nella guerra culturale.
Ha contribuito a fondare l’Organizzazione Owj e la TV Ofogh. Khamenei lo ha definito un “cavallo arabo puro”.Yekta è soprattutto l’uomo che ad aprile 2026, in un programma della TV di Stato, ha apertamente chiamato i genitori a portare i bambini ai checkpoint di notte per fare da scudo umano.
Le sue parole esatte:«Mamme, papà, prendete per mano i vostri figli e portateli in strada. Mandateli agli stand di controllo di notte. Questi bambini diventeranno uomini. Vogliono sentirsi eroi al centro del campo di battaglia.»
Lo stesso propagandista che minaccia i manifestanti («non lamentatevi se vi sparano») spinge ora i minori come carne da cannone mentre il regime è sotto pressione militare.
Come Joseph Goebbels, Yekta trasforma il sacrificio altrui in “gloria rivoluzionaria”. Di lui non risultano figli pubblici. La sua specialità resta una sola: convincere gli altri a morire per un regime che lui difende con le parole.
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La creazione della Brigata Ebraica nel settembre 1944 fu il risultato di un processo lungo e complesso, segnato da contrasti politici e resistenze britanniche. Per comprenderne il significato occorre partire dal 1939.
Quando la Germania invase la Polonia e la Gran Bretagna entrò in guerra, l’Yishuv si trovò in una posizione critica. L’Italia fascista, già attiva in Nord Africa, attaccava il Mandato, mentre un eventuale sfondamento dell’Asse avrebbe esposto circa 700.000 ebrei. Il pericolo si fece concreto nel 1942 con l’avanzata di Rommel verso l’Egitto, accompagnata dalla promessa fatta da Hitler ad al-Husseini di estendere la “soluzione finale” al Medio Oriente. Solo la vittoria britannica a El-Alamein scongiurò temporaneamente il rischio.
L’Agenzia ebraica puntò allora alla creazione di una forza militare autonoma, ma emersero profonde divisioni interne. Chaim Weizmann sosteneva l’impiego di una forza ebraica da impiegare in Europa per combattere i nazisti e rafforzare la legittimazione internazionale del sionismo. David Ben Gurion, invece, riteneva prioritaria la difesa locale dell’Yishuv, temendo sia un’invasione dell’Asse sia una rivolta araba, anche alla luce dei legami tra il Gran Muftì di Gerusalemme e la Germania nazista.
Per cinque anni la Gran Bretagna evitò di accogliere queste richieste per tre motivi principali. Intanto, una forza ebraica autonoma avrebbe implicato il riconoscimento di uno Stato ebraico, in contrasto con il Libro Bianco del 1939. Militarmente, Londra temeva di addestrare una forza che, a guerra finita, avrebbe potuto ribellarsi. Infine, vi era il timore di provocare la reazione araba e riaccendere le rivolte già vissute tra il 1936 e il 1939.
Progressivamente, tuttavia, furono concesse aperture limitate. Nel 1940 vennero create unità miste ebraico-arabe integrate nei “Buffs”, mentre nel 1942 nacque il Palestine Regiment, più come concessione politica che come reale forza combattente. Le pressioni internazionali, in particolare dagli Stati Uniti e dal movimento sionista, aumentarono fino a quando Churchill annunciò, il 28 settembre 1944, la formazione della Brigata Ebraica.
La Brigata fu addestrata in Egitto, integrando truppe del Palestine Regiment con volontari provenienti da vari paesi. Tuttavia, il reclutamento risultò inferiore alle aspettative: molti ebrei già servivano nell’esercito britannico, parte della comunità era contraria a unità etniche separate e Ben Gurion stesso temeva di indebolire la difesa locale.
La nascita della Brigata rappresentò quindi una vittoria solo parziale. Per la prima volta un’unità militare operava sotto una bandiera con la Stella di Davide, ma il progetto fu costantemente limitato dalle autorità britanniche. Dopo anni di negoziati, si ottenne una formazione di poco più di 5.000 uomini, con ufficiali in gran parte britannici e forti restrizioni operative, fino all’obbligo di scioglimento prima del ritorno in Palestina.
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Iran: “Mamme e papà, mandate i vostri figli di notte ai checkpoint”
Un video trasmesso dalla televisione di Stato iraniana sta facendo il giro del mondo in queste ore. Il generale Hossein Yekta, esponente vicino al regime, si è rivolto direttamente ai genitori:
«Mamme, papà, prendete per mano i vostri figli e andate in strada. Volete che diventino veri uomini? Fateli sentire eroi sul campo di battaglia. Di notte mandate i vostri figli ai posti di blocco. Questi bambini diventeranno uomini!»
L’appello arriva mentre l’IRGC (Guardie Rivoluzionarie) sta reclutando attivamente bambini a partire dai 12 anni per presidiare checkpoint e pattuglie del Basij.
Il 26 marzo 2026, l’ufficiale Rahim Nadali aveva già annunciato in TV la campagna “Difensori della Patria per l’Iran”, abbassando ufficialmente l’età minima a 12 anni perché «molti ragazzi si sono presentati volontari».
La drammaticità della situazione è confermata dalla morte di Alireza Jafari, bambino di 11 anni, ucciso l’11 marzo 2026 in un attacco aereo mentre era di guardia a un checkpoint insieme al padre.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno condannato la pratica come grave violazione del diritto internazionale e, per i minori sotto i 15 anni, come crimine di guerra.
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Revoca dei visti e green card alle élite del regime iraniano negli USA
L’amministrazione Trump, tramite il Segretario di Stato Marco Rubio, ha avviato un’operazione per revocare i visti e le green card a quasi 4.000 iraniani considerati legati al regime di Teheran.
Un primo caso concreto è già stato eseguito:
Hamideh Soleimani Afshar (nipote di Qasem Soleimani) e sua figlia Sarinasadat Hosseiny (pronipote) hanno avuto la residenza permanente revocata.
Sono state arrestate dall’ICE a Los Angeles e si trovano ora in custodia federale, in attesa del provvedimento di espulsione.
Secondo il Dipartimento di Stato, Hamideh Soleimani Afshar è un’accanita sostenitrice del regime iraniano: sui social ha celebrato attacchi contro forze americane, definito gli USA “Grande Satana” e fatto propaganda a favore del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC).
Katie Miller ha confermato che Trump e Rubio stanno lavorando attivamente per espellere queste figure legate al regime che vivevano negli Stati Uniti.
Bene.
Chi sostiene apertamente un regime che finanzia il terrorismo e reprime duramente il proprio popolo non dovrebbe poter godere tranquillamente di visti o residenza in Occidente. È una misura di buon senso e di coerenza.
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Scudi umani ne abbiamo?
Il Ministro dello sport e della Gioventù del regime chiede alla gente di riunirsi intorno alle centrali elettriche per scongiurare gli attacchi!
E noi dovremmo interloquire alla pari con sta gente?
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Hans Jonas, filosofo combattente
«Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla terra.»
Hans Jonas, Il principio responsabilità, 1979
Hans Jonas nacque il 10 maggio 1903 a Mönchengladbach, in Renania, da una famiglia ebraica borghese. Studiò filosofia a Friburgo, Berlino e Marburgo, dove fu allievo di due dei maggiori pensatori del Novecento: Edmund Husserl e Martin Heidegger. Quest'ultimo, noto come il filosofo più influente della sua generazione, nel 1933 divenne un sostenitore del nazismo.
Jonas lasciò la Germania nell'anno stesso in cui Hitler salì al potere. Aveva trent'anni.
Emigrò dapprima in Inghilterra, poi nella Palestina mandataria, dove si stabilì e dove cominciò a costruire la vita intellettuale e personale che avrebbe portato avanti per il resto della sua esistenza. Quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, si arruolò nell'esercito britannico. Nel 1944, alla notizia della formazione della Brigata Ebraica, non esitò a chiedere il trasferimento. Voleva combattere contro il nazismo che aveva contaminato uno dei suoi mentori, come ebreo, sotto la bandiera con la stella a sei punte. La richiesta fu accolta.
Combatté in Italia, sul fronte romagnolo, nella primavera del 1945. Fu durante questa campagna sul Senio che apprese della morte di sua madre Rosa, deportata ad Auschwitz e uccisa nella camera a gas.
La notizia segnò per sempre il suo rapporto con la Germania e con il suo antico maestro, Heidegger: ruppe con lui definitivamente e non tornò mai più sui suoi passi. Scrisse in seguito che quella rottura fu per lui non solo personale ma anche filosofica: un pensiero che aveva portato a quella complicità non poteva essere considerato innocente.
Dopo la guerra, combatté ancora nella Guerra d'Indipendenza israeliana del 1948, poi si trasferì negli Stati Uniti, dove insegnò alla New School for Social Research di New York. Nel 1979 pubblicò Das Prinzip Verantwortung, Il principio responsabilità, il saggio che lo rese celebre in tutto il mondo e che è oggi considerato uno dei testi fondamentali dell'etica contemporanea.
Jonas vi elaborò una “filosofia della responsabilità verso le generazioni future, verso la vita e verso il pianeta”. Un pensiero nato, almeno in parte, dall'esperienza di un uomo che aveva attraversato la guerra, la perdita, il tradimento di un maestro e la nascita di uno Stato.
Morì il 5 febbraio 1993 a New York, a 89 anni.
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Ebrei che combattono da ebrei
Notte tra il 9 e il 10 aprile 1945. Un reparto dell'Ottava Armata britannica si muove in silenzio, intento a guadare il fiume Senio, nei pressi di Riolo Terme, a Ravenna. Procede senza artiglieria, perché deve conservare l'effetto sorpresa contro i suoi nemici. Gli uomini di questa armata sono tutti ebrei palestinesi, sulle loro teste sventola una bandiera, è bianca e blu e su di essa si staglia una Stella di Davide: è la futura bandiera di Israele.
Quella notte cominciò l'offensiva finale che avrebbe portato alla Liberazione. Ma quegli ebrei palestinesi come erano arrivati fin lì?
È ciò che racconteremo questa settimana.
Questa vicenda comincia sei anni prima, al Cairo, in un afoso 3 settembre 1939.
Due giorni prima, Hitler aveva invaso la Polonia da Danzica. Due giorno dopo, Moshe Shertok, il futuro secondo premier israeliano dopo Ben Gurion ma, allora, capo del dipartimento politico dell'Agenzia ebraica, si sedette di fronte al feldmaresciallo Archibald Wavell, comandante britannico in Medio Oriente per chiedere il diritto di formare un esercito ebraico con bandiera propria.
Wavell disse no: riconoscere un esercito ebraico avrebbe coinciso con il riconoscimento implicito di una nazione ebraica, che era esattamente quello che il Libro Bianco - emanato nel maggio dello stesso anno, con cui la Gran Bretagna chiuse quasi completamente le porte della Palestina agli ebrei in fuga dalle camere a gas, per non inimicarsi la popolazione araba - voleva evitare.
La svolta arrivò nel 1944, quando Churchill impose la propria volontà sul War Office e sul Colonial Office: Il 28 settembre il primo ministro britannico annunciò alla Camera dei Comuni la formazione della Brigata Ebraica.
Uno dei cinquemila uomini che combatterono sotto la bandiera della Brigata fu il famoso filosofo Hans Jonas, fuggito dalla Germania quando Hitler salì al potere. È stato l’autore del saggio Il principio responsabilità, uno dei testi fondamentali dell'etica del Novecento.
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Segnatevi questo nome: Iman Afshari.
E guardate bene la sua foto.
Questo è il giudice, capo della Sezione 26 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, che ha condannato a morte e fatto impiccare sei prigionieri politici in pochi giorni.
Tra il 30 marzo e il 4 aprile 2026 sono stati giustiziati all’alba nel carcere di Ghezelhesar:
Akbar Daneshvarkar
Babak Alipour
Pouya Ghobadi
Abolhassan Montazer
Vahid Baniamerian
processi -farsa durati pochi minuti, confessioni estorte.
Questo è l’uomo che firma regolarmente condanne a morte contro oppositori politici, attivisti e sostenitori del cambiamento in Iran.
Guardatelo bene in faccia.
Questo è uno dei volti della barbarie della Repubblica Islamica dell’Iran.
Mettete nei preferiti questo post. E usatelo sulle bacheche di chi difende il regime iraniano.
Speriamo di vedere presto la sua foto con la scritta ELIMINATO.
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Iran: civili bloccano le strade per aiutare un pilota americano abbattuto a Dehdasht.
Stanotte gli abitanti della zona montuosa intorno a Dehdasht, nel sud-ovest dell’Iran, hanno compiuto un gesto di straordinario coraggio.
Dopo che un caccia americano F-15E Strike Eagle era stato abbattuto venerdì, con i due membri dell’equipaggio che si erano eiettati, le forze del regime iraniano (IRGC e Basij) hanno lanciato una massiccia operazione di ricerca per catturare il secondo membro dell’equipaggio ancora disperso.
Le autorità iraniane avevano persino promesso una ricompensa in denaro a chi avesse consegnato il “pilota nemico”.
Invece di collaborare con il regime, decine di cittadini locali sono scesi in strada con le loro auto, creando blocchi stradali spontanei sulle vie di accesso.
I video mostrano lunghe file auto che occupano la carreggiata durante la notte, rendendo di fatto impossibile alle forze di sicurezza del regime raggiungere rapidamente l’area dove si trovava il militare americano.
Questo atto di solidarietà, compiuto senza armi e con grande rischio personale in una regione isolata e sotto blackout internet da oltre un mese, ha contribuito a ostacolare la caccia del regime e ha dato tempo prezioso alle forze americane per completare l’operazione di salvataggio.
Un gesto che parla di un Iran diverso
Quello che è accaduto è la dimostrazione concreta del profondo rifiuto della popolazione iraniana verso il regime teocratico.
Con grande coraggio e a rischio della propria vita, questi cittadini hanno scelto di aiutare un pilota americano – simbolo in questo momento di chi sta colpendo il regime – piuttosto che consegnarlo alle forze repressive.
In un Paese dove manifestare dissenso può costare la libertà o la vita, questo gesto spontaneo, organizzato senza internet e senza coordinamento centrale, rappresenta un atto di resistenza civile.
Dimostra che, nonostante la repressione feroce, lo spirito di libertà e il desiderio di cambiamento sono vivi tra la gente comune.
Gli iraniani sono disposti a rischiare tutto pur di opporsi alla dittatura islamica e di sostenere chi la combatte.
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Continuate a segnarvi questo nome: Abolqasem Salavati. E a riguardate bene la sua foto.
Questo è il giudice iraniano, noto come “Judge of Death” (Giudice della Morte), che ha condannato a morte e fatto impiccare Shahin Vahedparast, 31 anni, e Mohammad Amin Biglari, 19 anni.
All’alba di oggi, 5 aprile 2026, Shahin e Mohammad Amin sono stati impiccati nel carcere di Ghezelhesar (Karaj), dopo essere stati arrestati durante le proteste di gennaio 2026 a Teheran.
Salavati, presidente della Sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, li ha condannati con le accuse di moharebeh (“inimicizia contro Dio”) e efsad fil-arz (“corruzione sulla terra”), dopo un processo-farsa basato su confessioni estorte sotto tortura.
Questo è l’uomo che firma regolarmente condanne a morte contro giovani manifestanti, attivisti e oppositori del regime.Guardatelo bene in faccia.
Questo è uno dei volti della barbarie della Repubblica Islamica dell’Iran.Mettete nei preferiti questo post.
E usatelo sulle bacheche di chi difende il regime iraniano.
E speriamo di vedere presto la sua foto con la scritta ELIMINATO
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La Brigata Ebraica: la resistenza con la Stella di David
La Brigata Ebraica è una storia italiana. Si svolse quasi per intero sul suolo di questo Paese, eppure è rimasta per decenni ai margini della storiografia e del dibattito pubblico. A riportarla all'attenzione, soprattutto negli ultimi anni, è stata la polemica scoppiata intorno alle manifestazioni del 25 aprile, quando alcune comunità ebraiche italiane hanno sfilato con le bandiere della Brigata, suscitando contestazioni da parte di gruppi della sinistra radicale, poiché ritenute fuoriluogo.
Come ha ricostruito Gianluca Fantoni, storico dell’età contemporanea e autore di Storia della Brigata ebraica. Gli ebrei della Palestina che combatterono in Italia nella Seconda guerra mondiale (2022), tale polemica ha spesso prodotto un uso politico della storia, con errori storiografici da entrambe le parti.
Questa serie vuole fare altro. Vuole raccontare i fatti, le persone, i luoghi. Vuole restituire alla Brigata la complessità che merita.
La storia della Brigata Ebraica si dipana lungo tre fili, intrecciati ma distinti.
Il primo è militare e simbolico. Gli ebrei della Palestina avevano chiesto per anni agli inglesi il diritto di combattere come ebrei, sotto una propria bandiera. Lo ottennero nel settembre 1944 — tardi, dopo cinque anni di resistenze e rinvii da parte del War Office e del Colonial Office britannici. Fu Winston Churchill a sbloccare la situazione, imponendo la propria volontà a una burocrazia ostile. Il 28 settembre 1944, davanti alla Camera dei Comuni, Churchill annunciò la formazione della Brigata: era «appropriato», disse, che una forza ebraica speciale fosse «rappresentata in modo distinto» tra le truppe che si preparavano all'offensiva finale. La Brigata combatté sul Lamone, poi sul Senio, poi avanzò verso Imola. Lasciò sul campo cinquantasette caduti e centocinquanta feriti.
Il secondo filo è umano. Chi erano questi soldati? Uomini uniti dall'identità ebraica e dalla volontà di battersi. Tra loro il filosofo Hans Jonas, che sul Senio apprese della morte della madre ad Auschwitz, il soldato polacco Johanan Peltz, che sognava di tornare a casa e trovò macerie. Il brigadiere Ernest Benjamin, canadese, che non parlava ebraico e prendeva lezioni dal rabbino militare.
Soldati reali, con storie reali.
Il terzo filo è politico. Mentre cinquemila ebrei palestinesi chiedevano di combattere con gli Alleati, Haj Amin al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme e principale leader nazionalista arabo di Palestina, si trovava a Berlino, ospite di Hitler e stipendiato profumatamente dal Reich, impegnato nel reclutamento di SS musulmane per il fronte russo ma anche a impedire agli ebrei in fuga della sterminio di raggiungere il Mandato britannico e la salvezza.
Dal 6 al 25 aprile 2026, in concomitanza con il giorno della Liberazione, Free4future pubblicherà ogni settimana una serie di contenuti dedicati alla Brigata Ebraica: post storici, schede sui protagonisti, episodi narrativi e un podcast. Il materiale si basa sulla storiografia accademica più aggiornata: Gianluca Fantoni, Morris Beckman, Howard Blum, Yoav Gelber considerati tra i massimi esperti del volontariato militare ebraico nella Seconda Guerra Mondiale.
La storia della Brigata tocca luoghi che esistono ancora: le rive del Senio, i ruderi del mulino Fantaguzzi, il cimitero del Commonwealth di Ravenna, dove riposano trentatré soldati della Brigata, le Prealpi bergamasche, dove ottocento bambini orfani della Shoah trovarono rifugio nel dopoguerra, il porto di La Spezia, da cui salpò una nave chiamata Fede.
Una storia italiana che merita di essere raccontata.
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Povera Fatemeh Ardeshir-Larijani, la principessina del regime.
Per anni ha vissuto la dolce vita in America: green card regalata dall’amministrazione Biden, stipendio da dottoressa al Winship Cancer Institute di Emory, proteste contro Trump e “Morte all’America” dal papà mentre lei curava i malati del Grande Satana.
Poi papà Ali Larijani (il grande stratega della sicurezza iraniana) ha preso una bella bomba israeliana in testa… e improvvisamente l’America non è più così ospitale.
Green card revocata da Marco Rubio, lavoro a Emory già saltato da mesi tra proteste e petizioni, e adesso si fa le valigie per tornare nella splendida Teheran post-babbo.
Morale della favola:
Gridare “Morte all’America” va benissimo…
purché i figli possano continuare a studiare, lavorare e campare comodamente in America.
Appena il paparino salta in aria, però, si torna a casa.
Bentornata nella Repubblica Islamica, cara.
Salutaci Khamenei.
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Ieri mattina vi abbiamo detto che l’ISIS ha chiamato agli attentati in Europa per Pasqua…
Ieri sera qualcuno ha cominciato a rispondere all'appello.
Poco dopo le 23:30 un ordigno esplosivo è detonato davanti all’Israel Center di Nijkerk, nei Paesi Bassi, gestito dall’organizzazione cristiana Christians for Israel.
L’esplosione ha provocato danni all’ingresso e al cancello, fortunatamente nessun ferito.
La polizia olandese sta indagando e cercando possibili testimoni.
L’organizzazione ha parlato di un attacco mirato per seminare paura, proprio alla vigilia di Pasqua.
L’odio non si ferma a parole.
E l’Europa continua a far finta di niente.
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Mentre Pedro Sánchez si atteggia a leader europeo della jihad, e corre da una conferenza all’altra per riconoscere lo Stato di Palestina, spingere per l’ingresso pieno all’ONU e accusare Israele di “genocidio”, in Spagna brucia un’intera generazione.
Secondo Eurostat 2024, il 34,6% dei bambini spagnoli è a rischio di povertà o esclusione sociale: quasi 2,7 milioni di minori.
Solo la Bulgaria fa peggio.
Sánchez celebra la “crescita record” del Paese (grazie a regolarizzazioni di massa e immigrazione low-cost), ma lascia che i bambini spagnoli crescano in case fredde, con genitori precari e senza futuro.
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Mentre Hannoun resta in galera, fuori c'è chi trema.
I parlamentari italiani di sinistra che frequentavano Mohammad Hannoun sapevano che era collegato ad Hamas. È quanto emerso dalle intercettazioni relative all'operazione “Domino”, un dato che non è sfuggito a “Il Tempo” e rivelato in un articolo del 19 febbraio 2026 di Rita Cavallaro e Giulia Sorrentino - notizia debitamente passata in sordina.
La prova si basa sulle affermazioni di Yaser Elasaly, membro del comparto estero di Hamas e parte della cellula italiana, riportando le parole di Hannoun stesso: «I loro parlamentari... Si sa che l'associazione è legata ad Hamas... Non lo sapevano che noi fossimo legati?». Non è un dubbio. È una constatazione.
Tra i nomi emersi nelle intercettazioni, anche quelli di Stefania Ascari (M5S), Alessandro Di Battista, Davide Tripiedi e Riccardo Ricciardi. Lo stesso Hannoun, il 21 gennaio 2025, aveva ammesso di aver parlato «con vari deputati tra cui Ascari, Di Battista» aggiungendo che «loro tutti sono spaventati dall'idea di essere affiancati dalla sua figura».
Le intercettazioni compongono parte delle prove a carico di Mohammad Hannoun, arrestato insieme ad altre nove persone il 27 dicembre scorso dalla Procura di Genova, nell’ambito dell'operazione “Domino”. Hannoun, 63 anni, architetto palestinese residente in Italia dal 1983 e già inserito negli Stati Uniti nella blacklist dei finanziatori del terrorismo, è per gli inquirenti il capo della cellula italiana di Hamas. L'accusa: tra i sette e gli otto milioni di euro raccolti attraverso associazioni umanitarie e dirottati, in realtà, al gruppo terroristico.
Hannoun è ancora in carcere. Il Riesame, a gennaio 2026, ha scarcerato tre degli arrestati ma ha confermato la sua detenzione. A marzo, la Procura ha presentato ricorso in Cassazione.
Il procedimento va avanti. Le domande ai parlamentari, ancora no.
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https://hakol.ilriformista.it/12870-2/ L'intervento di Carmen Dal Monte al Museo Ebraico di Bologna, 29 marzo.
"Voglio cominciare con una domanda. Una domanda che sembra semplice. Come riconosciamo l’antisemitismo?
Sembra facile, vero? Ci sono le croci uncinate sui muri. C’è chi nega la Shoah. C’è chi insulta gli ebrei per strada. Quello è antisemitismo, lo riconosciamo tutti, lo condanniamo tutti.
C’è un’idea diffusa, soprattutto in certi ambienti, che chi si dichiara antifascista, progressista, dalla parte giusta — non possa essere antisemita. È una convinzione molto comoda. Ed è falsa."
