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Il culto di Jeff Buckley si sarà pur gonfiato a seguito della sua scomparsa prematura ma le sue capacità sono davvero indiscutibili, soprattutto in questo brano.
Last Goodbye primeggia, con la sua linea di basso meditativa, batteria e chitarra in versione acustica, rendendo gli strumenti il vero sostegno dell'epico Addio di Buckley. A due terzi del cammino, il brano raggiunge l'apice al subentrare degli archi orientali zeppeliani, soggiogate da queste modiche parole:
"Kiss me out of Desire, Baby, and no consolation ".
"Baciami perché mi desideri, piccola, non per consolarmi".
Chissà se ha avuto conforto Jeff. Di sicuro questa Ballata è pregna d'amore, un contrappunto incredibilmente forte alla sua tristezza.
Buon ascolto con uno dei pezzo più belli di Jeff Buckley, Last Goodbye ❤️
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Una canzone resa immortale fin dal titolo, bellissimo. Purtroppo la stessa fantasia i Black Heart Procession non l’hanno avuta con gli album: dal 1998 al 2009 li hanno pubblicati sei che, tranne due (Amore del Tropico il quarto e The Spell il quinto), si intitolano 1, 2, Three e Six. It’s A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes è la traccia numero otto di 2, l’album pubblicato per Touch & Go Records nel 1999 considerato una pietra miliare del post rock per la sua originale commistione di slowcore e marce funebri (da qui il nome della band). Nati come progetto parellelo di due mebri dei californiani Three Mile Pilot (Pall Jenkins e Tobias Nathaniel), i Black Heart Procession si sono subito messi in evidenza nel panorama musicale mondiale proprio grazie al loro incedere cupo e drammatico in chiave indie rock.
Come se Nick Cave avesse gli Slint come backing band e si esibissero in qualche saloon nel Far West. Basti ascoltare il sorretto giro di piano di It’s A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes che si insinua come un traditional americano sul quale versi poetici e pieni di rimpianto cantano di un amore che forse un giorno si consacrerà.
“And maybe someday I will say / I’ll say please, please / Don’t tear your heart from me”.
Vi lascio a questa poesia assoluta. Un pezzo unico nel suo genere, meravigliosamente sconfortante e penetrante, It’s A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes, di "The Black Heart Procession".
Buon ascolto 🖤🖤
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Il video, pubblicato nel 1994, è relativamente semplice e mostra la band seduta su una panchina di un barbiere, in attesa di farsi tagliare i capelli. Alcune cose strane accadono a ogni membro della band quando va a sedersi sulla sedia del barbiere
Ogni membro della band indossa abiti diversi quando torna al banco. Dopo il taglio di capelli, tutti i membri della band lasciano il barbiere molto velocemente, con Ibold che prende una rivista che stava leggendo.
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"Cut Your Hair " è una canzone del gruppo rock americano Pavement dal loro secondo album, Crooked Rain, Crooked Rain. È stata scritto dal cantautore e cantante dei Pavement Stephen Malkmus . La canzone attacca maliziosamente l'importanza dell'immagine nell'industria musicale. In un verso, Malkmus recita sarcasticamente un annuncio fittizio alla ricerca di un musicista che si unisca a una band: "advertising looks and chops a must/ no big hair".
La canzone è stata pubblicata come singolo ed è diventata la canzone più venduta e popolare della band, venendo inserita anche al numero 28 delle 50 canzoni più belle e rappresentative della scena rock/indie.
Nel suono, nell'attitudine e nella scrittura dei Pavement trova sbocco un decennio di movimenti provenienti dal sottobosco indie-rock e dal mondo dei college americani, che già avevano partorito negli anni 80 fenomeni come Sonic Youth e Pixies. Hanno sfornato 5 album che in qualche modo, nella loro semplicità, hanno lasciato il segno in quella generazione. Primo fra tutti questi album, e questo brano, Cut Your Hair.
Buon ascolto con i Pavement ❤️
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Se mai una band ha rappresentato l'innovazione piuttosto che l'imitazione, allora i Pearl Jam lo sono.
Riot Act è il settimo album del quintetto di Seattle ed è l'indicazione più forte di una band che si rifiuta di compromettere la propria direzione indipendentemente dalle pressioni commerciali o dalle tendenze musicali.
Riot Act, perpetua l'idea che i Pearl Jam siano una straordinaria rock band. Sono un gruppo di talento e di duro lavoro che usa la fama per difendere le cause a loro care e traggono pieno vantaggio dal loro status aggirando i modi tradizionali di pensare alla relazione band/fan.
Da Yield del 1998 , i Pearl Jam hanno fatto affidamento su una formula musicale immutabile, rifiutando costantemente l'opportunità di innovare o migliorare il loro suono, anche suggerendo che avrebbero potuto se avessero potuto essere certi che non sarebbe stato un compromesso commerciale.
Da Ten che ha definito il genere , la band ci ha dato occasionali scorci su qualcosa di più unico, in particolare su Vitalogy , un meraviglioso e reazionario album, e poi con i vari No Code , e persino Yield 's con sfumature orientali e bonus track-- ma soprattutto, si sono accontentati dei riff rock tradizionali e del coasting generale.
Riot Act purtroppo esemplifica questo, avvicinandoli sempre più al territorio omogeneo della bar-band. Ovunque in Riot Act , i Pearl Jam suonano come dovrebbero, con i loro soliti riff distorsivi e tamburi da stadio che sbattono insieme al mormorio emotivamente danneggiato di Vedder.
Il primo singolo estratto dall'album, "I am Mine", è il più vicino possibile ai Pearl Jam per quanto riguarda le ballate. Chitarre raffinate, complete di modesto assolo conclusivo, producono una canzone rilassante, ma allo stesso tempo dolorosamente vulnerabile; anche se è così in mezzo alla strada che puoi quasi vedere i segni bianchi.
La canzone fu scritta da Vedder in un hotel poco prima di uno show tenutosi in terra americana, il primo organizzato dopo la tragedia avvenuta al Roskilde Festival nel 2000, in cui 9 persone persero la vita schiacciate dalla calca proprio durante la performance della band. Allo show dell'8 luglio 2003, Vedder dichiarò: "Questa canzone riguarda la sicurezza personale, del sentirsi al sicuro e anche liberi"
Buon Ascolto con i Pearl Jam
I Am Mine ❤️
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Nel 72, mentre i Beatles erano già belli che andati 🫢, la band più longeva di sempre ( The Rolling Stones) scrisse un piccolo capolavoro che tutt'ora fa emozionare chi lo ascolta.
Angie... la ballad per antonomasia dell'intera carriera dei Rolling Stones... una ballata aperta da un assolo di chitarra acustica, che racconta la fine di un amore e il dolore che ne consegue.
Divenuta col tempo una sorta di cavallo di battaglia della band nei concerti.
Dolce ballata, basata su chitarra acustica e pianoforte, va detto che il pezzo, al contrario di quanto comunemente si crede, non si riferisce al presunto amore per Angela (la prima moglie di David Bowie) bensì a quello ben più evidente per l'eroina, come dichiarato dal suo stesso compositore Keith Richards che la scrisse durante un periodo in cui stava tentando di disintossicarsi dalla droga.
Particolare è il sound di Mick Taylor che esprime nel migliore dei modi il suo straordinario talento di chitarrista blues ma, contemporaneamente, porta ad un ammorbidimento generale del sound: le chitarre graffiano meno del solito e grande spazio viene riservato nel disco alle ballad... non a caso questo è il disco di "Angie"
Buon ascolto e buona domenica 🙋🏻♂️
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