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Federica Iaria per Free4Future Le ONG sono davvero organizzazioni umanitarie? Per due anni, dopo il 7 ottobre, è stata denunciata l’infiltrazione di alcune grandi ONG internazionali da parte di Hamas. In Italia, nel dicembre 2025, la DDA di Genova ha arrestato persone accusate di finanziare Hamas tramite associazioni “umanitarie”: oltre 8 milioni di euro raccolti dopo il 7 ottobre. La domanda resta aperta: per quanto ancora si potrà tacere?

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INCHIESTA FONDI HAMAS: NEL CELLULARE DI HANNOUN SPUNTANO LEGAMI CON I MACELLAI DI GAZA | di Simone Di Meo Nei telefoni sequestrati e nei server incriminati non ci sono solo numeri, contatti o flussi di soldi. Ci sono immagini, simboli, frasi. Ed è su questo materiale che la Procura di Genova costruisce il terzo atto dell’inchiesta su Mohammad Hannoun, indicato dagli investigatori come figura centrale della rete di Hamas in Italia. Accuse tutte da verificare in giudizio, ma che trovano ora un nuovo, corposo supporto documentale negli atti depositati. Secondo quanto emerge dall’analisi della Digos e della Guardia di finanza, nel cellulare di Hannoun e nel cloud dell’associazione benefica a lui riconducibile sarebbero stati recuperati immagini e materiali ritenuti dagli inquirenti inequivocabili per contenuto e simbologia. Fotografie di combattenti armati, indicati come «martiri», tra cui Mahmoud Atta al-Harbawi, affiliato alle Brigate Izz al-Din al-Qassam e morto nel 2017. File e immagini con riferimenti espliciti a Hamas, alle sue strutture militari e ai leader del movimento. Scatti di bambini in uniforme con le insegne di Hamas. E ancora: richieste di donazioni destinate alle famiglie di Gaza, corredate dal logo dell’organizzazione islamista. Il materiale più delicato, però, arriva dal server dell’associazione. Nell’ordinanza di arresto, il gip Silvia Carpanini scrive del rinvenimento nel cloud di due inviti a partecipare a eventi riconducibili alle Brigate al-Qassam. Tra questi, uno relativo alla commemorazione di Mohamed Zouari, ingegnere aerospaziale tunisino affiliato alla stessa ala militare, ucciso a colpi d’arma da fuoco nel 2016 a Sfax. Il nome di Zouari, annotano gli inquirenti, compare anche nell’archivio di backup delle immagini conservate sul telefono di Hannoun, a rafforzare - secondo l’accusa - la continuità del riferimento simbolico e ideologico. C’è poi un passaggio che, per la Procura, segna il punto di contatto più diretto tra narrazione, militanza e sostegno economico. Si tratta del salvataggio di una cronologia WhatsApp del 29 gennaio 2016, relativa a una chat alla quale partecipano Hannoun e altri due soggetti. Il dialogo fa riferimento alla morte di sette appartenenti alle Brigate al-Qassam, rimasti uccisi nel crollo di un tunnel in costruzione a Gaza. In quel contesto Hannoun, parlando- secondo l’interpretazione degli investigatori- delle famiglie palestinesi e della necessità di aiutarle economicamente, scrive: «Non basta che sacrifichino i loro figli e i loro giovani per la nostra dignità e i nostri luoghi sacri, proteggiamo almeno le loro spalle e alleviamo il loro dolore». Dal solo cellulare di Hannoun, infine, emergerebbero ulteriori immagini ritenute significative: l’invito e le fotografie di un evento organizzato da Hamas per il ventinovesimo anniversario della sua fondazione, al quale - secondo gli atti - avrebbe partecipato anche con la figlia Jinana e altri due soggetti. Ci sono poi scatti che lo ritraggono sotto uno striscione di Hamas; fotografie insieme ad Ali Baraka, alto dirigente del movimento, con la moschea di Al-Aqsa sullo sfondo; e immagini di gruppo con la moglie e la figlia accanto ad altri esponenti di vertice, tra cui Khalil al-Hayya, vice del sanguinario Yahya Sinwar. Sul piano cautelare, intanto, la posizione di Hannoun si è ulteriormente irrigidita. La gip Silvia Carpanini, accogliendo il parere negativo del pm Marco Zocco, ha respinto la richiesta di colloquio in carcere avanzata dai familiari dell’indagato. Il diniego è stato motivato dal fatto che i parenti risultano a loro volta coindagati e che permangono, allo stato, esigenze investigative. Nella stessa giornata ad Hannoun, detenuto nel carcere di Genova e visitato da uno dei suoi difensori, l’avvocato Emanuele Tambuscio, è stato negato anche il tappetino per la preghiera e il Corano richiesto per l’uso personale, poiché la copertina rigida del testo sacro non sarebbe risultata conforme al regolamento penitenziario.

5. Le rotte mediterranee e il ruolo dei porti italiani Dai porti italiani salparono numerose navi. Tra i luoghi più coinvolti figurò soprattutto la Liguria, ma anche la Puglia e la Toscana. Le operazioni avvennero spesso di notte, con l’aiuto di pescatori e mediatori locali. Moltissime navi vennero comunque intercettate dalla marina britannica e i profughi trasferiti nei campi di internamento di Cipro, istituiti dal Regno Unito tra il 1946 e il 1949. Nonostante ciò, le operazioni proseguirono senza interruzione, in un continuo adattamento delle rotte e delle modalità operative. 6. Struttura e funzionamento delle reti Le reti clandestine non furono improvvisate ma organizzate in un sistema articolato che comprese: direzione politica e strategica; logistica navale; falsificazione di documenti; assistenza sanitaria e alimentare; collegamenti con movimenti giovanili e comunità locali; coordinamento con strutture di autodifesa. Ogni segmento operò in compartimenti separati, per limitare i danni in caso di arresti o fallimenti. La compartimentazione e la flessibilità furono gli elementi centrali del sistema. 7. Conclusione Tra il 1947 e il 1948, mentre all’ONU si pensavano soluzioni per una partizione del mandato britannico e la creazione di due stati, uno ebraico e uno arabo, le reti clandestine continuarono a operare senza soluzione di continuità. Solo il 14 maggio del 1948, quando David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato di Israele, le operazioni dell’Aliyah Bet cessarono formalmente. Le strutture, le competenze e le persone che avevano reso possibile la clandestinità confluirono nelle istituzioni del nuovo Stato, in particolare nell’organizzazione dell’immigrazione, nella marina e nei servizi di sicurezza.

Verso la libertà: la rete che sfidò l’Impero britannico L’origine delle reti clandestine ebraiche risale agli anni Trenta, qu
Verso la libertà: la rete che sfidò l’Impero britannico L’origine delle reti clandestine ebraiche risale agli anni Trenta, quando l’accesso legale alla Palestina mandataria venne progressivamente limitato dalle autorità britanniche. Il Libro Bianco del 1939 stabiliva quote rigide per l’immigrazione, fissando un tetto massimo di ingressi in un arco temporale pluriennale, insufficiente rispetto ai flussi migratori in atto e del tutto inadeguato di fronte alla persecuzione in atto in Europa. Già prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il movimento sionista comprese che l’immigrazione legale non era più uno strumento praticabile. In quel contesto, si sviluppò un sistema parallelo, organizzato e coordinato, destinato a operare al di fuori del quadro giuridico imposto dal Mandato britannico. 1. Il Mossad le-Aliyah Bet Il fulcro di questo sistema divenne il Mossad le-Aliyah Bet, creato nel 1938 come struttura incaricata dell’immigrazione ebraica clandestina verso la Palestina mandataria. L’organizzazione operò in stretto collegamento con l’Haganah, la principale forza di autodifesa dell’Yishuv. Il compito del Mossad le-Aliyah Bet fu duplice: organizzare l’espatrio degli ebrei dall’Europa e dai del Mediterraneo; garantire il loro trasporto via mare verso le coste del mandato, eludendo il controllo della Gran Bretagna. L’organizzazione agì attraverso una rete transnazionale di emissari, mediatori, tecnici navali, volontari e contatti politici, operando in condizioni di costante rischio. 2. Le prime operazioni (1938–1941) Le prime operazioni clandestine iniziarono nel 1938 e coinvolsero principalmente l’Europa orientale e i Balcani. Romania, Bulgaria e Jugoslavia diventarono nodi fondamentali per la raccolta dei profughi e l’allestimento delle navi. In questa fase, l’obiettivo principale fu quello di far uscire gli ebrei dai territori dove la persecuzione era già in atto o imminente. Le operazioni avvennero con il supporto di organizzazioni sioniste locali, movimenti giovanili e reti di solidarietà ebraica. Le navi utilizzate furono spesso vecchi mercantili o pescherecci adattati alla navigazione di fortuna, sovraccarichi di profughi e privi di adeguate dotazioni di sicurezza. 3. La guerra e il passaggio alla clandestinità totale (1941–1945) Con l’estensione del conflitto e l’occupazione nazista di gran parte dell’Europa, molte rotte vennero abbandonate. Le attività del Mossad le-Aliyah Bet si ridussero ma non cessarono. Parallelamente, alcuni emissari vennero impiegati in operazioni di intelligence che compresero collegamento con la Resistenza e l'assistenza ai rifugiati nei territori neutrali o controllati dagli Alleati. In questa fase, emersero figure che operarono tra Europa, Medio Oriente e Nord Africa, mantenendo attive reti di contatto e preparandosi alla fase successiva. L’obiettivo diventò duplice: salvare chi era ancora raggiungibile e predisporre strutture per l’accoglienza dei sopravvissuti alla fine della guerra. 4. Il dopoguerra e la She’erit ha-Pletah (1945–1947) Con la fine della guerra, centinaia di migliaia di ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio e alle persecuzioni vennero concentrati nei DP camps in Germania, Austria e Italia: per moltissimi, l’Europa non rappresentava più un luogo dove fosse possibile riprendere a vivere. Molti tentativi di ritorno nei paesi d’origine si scontrarono con ostilità, violenze e nuove forme di persecuzione. È in questo contesto che le reti clandestine vennero riattivate e ampliate su scala molto più vasta. Il Mossad le-Aliyah Bet organizzò: la raccolta dei profughi dai campi DP; il loro trasferimento verso porti mediterranei; l’allestimento di decine di navi dirette verso la Palestina mandataria. L’Italia diventò uno dei principali snodi logistici, grazie alla posizione geografica, alla presenza di comunità ebraiche attive e a una diffusa collaborazione, tacita o esplicita, da parte delle autorità locali. 👇🏻👇🏻

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Chi, in Occidente, continua a parlare di “proteste economiche” sta seguendo un piano preciso: aiutare il regime a sopravvivere. In breve, offre supporto attivo al regime. La linea di demarcazione è ormai chiara. Gli iraniani non stanno chiedendo sussidi. Stanno chiedendo la fine del regime. Tutto il resto è una falsificazione. E chi la diffonde ha già scelto da che parte stare. Dopo quattordici giorni di mobilitazione, blackout internet, decine di morti, migliaia di arresti e slogan espliciti come “Morte al dittatore” e “Morte a Ali Khamenei”, continuare a raccontare la rivolta come una reazione al carovita è una infame scelta deliberata della quale si verrà chiamati a rispondere. È la stessa narrativa del regime che consente di simulare risposte tecniche — sussidi, promesse, dialogo — e allo stesso tempo di distinguere tra “protestanti legittimi” e “sabotatori”, da reprimere con la violenza. È uno schema già utilizzato nel 2019 e nel 2022: concedere misure cosmetiche per evitare di affrontare la questione del potere. Ma gli iraniani in piazza non chiedono pane, bruciano moschee. Il nostro problema è che questa cornice non resta confinata a Teheran. È stata ripresa e amplificata da testate internazionali di primo piano, tra cui BBC, New York Times, Al Jazeera e, in più occasioni, Reuters, con titoli e aperture incentrati sul crollo del rial, sull’inflazione e sulla crisi dei mercati. In Italia la stessa impostazione è stata adottata da tutte le principali testate, tra cui la Repubblica, ANSA e Corriere della Sera, che hanno prevalentemente raccontato le proteste -quando le hanno raccontate - come reazioni economiche, oscurandone il carattere apertamente politico e anti-regime. E' una scelta consapevole. Serve a occultare che il nemico degli iraniani è la natura stessa della Repubblica Islamica. La povertà non è la causa. E' l'esito. È l’esito di decenni di corruzione strutturale, finanziamento del terrorismo internazionale, fanatismo ideologico e sistematica distruzione delle risorse nazionali a favore dell’apparato repressivo e dei proxy regionali del regime. Chi insiste a raccontare queste proteste come “sociali” non sta descrivendo la realtà: la sta mistificando. E oggi mistificare significa supportare una dittatura sadica e sanguinaria, offrendo copertura narrativa a un potere che reprime con arresti di massa, torture e uccisioni chi chiede la fine della dittatura islamica.

È stata arrestata il 12 dicembre e pesantemente picchiata. Nell'unica telefonata che i suoi carcerieri le hanno concesso, ha
È stata arrestata il 12 dicembre e pesantemente picchiata. Nell'unica telefonata che i suoi carcerieri le hanno concesso, ha detto che le autorità stanno cercando di montare un caso contro di lei, accompagnato da minacce, tra le quali "metteremo tua madre in lutto".

Breaking news: L'esercito statunitense effettua attacchi su larga scala contro obiettivi dello Stato islamico in tutta la Siria @SkyNews

Messaggio dall'interno dell'Iran: "Masih, in tutte le città dell'Iran, restiamo in strada, affrontando i proiettili spietati del regime mentre perpetra un massacro contro il suo stesso popolo. Per favore, porta la nostra voce a @realDonaldTrump e ai governi del mondo. Siamo a mani nude, ma abbiamo urgente bisogno del vostro sostegno. Non abbandonateci. Non lasciate che questo regime ci uccida per strada e poi completi il massacro con le esecuzioni dopo la repressione".

Questa è la notte di Teheran. La gente ha invaso le strade. L'Iran è ancora in totale blackout. Solo pochissime persone hanno accesso a Starlink e il regime sta attivamente cercando di bloccarlo e interromperlo. Nonostante tutto, le strade sono animate e il mondo è tenuto all'oscuro. La gente grida: "Finché i mullah non saranno morti, questa patria non sarà libera".

E in piazza a Teheran si sventola la bandiera israeliana

Sono appena entrati nell'ambasciata iraniana a Londra e hanno rimosso la bandiera del regime islamico per sostituirla con la vera bandiera degli iraniani liberi.

Mai più da soli: verso lo Stato Ebraico Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli ebrei sopravvissuti alla Shoah si trovar
Mai più da soli: verso lo Stato Ebraico Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli ebrei sopravvissuti alla Shoah si trovarono davanti a una libertà solo apparente. Non avevano un posto dove tornare ma, soprattutto, moltissimi di loro non avevano più nessuna patria nazionale in attesa di riabilitarli come cittadini. Allo stesso tempo, nessuna autorità internazionale si fece carico del loro futuro, al massimo la soluzione fu rinchiuderli di nuovo in attesa di capire che cosa fare di loro. Fu per tale ragione che si radicò ancora di più la consapevolezza che senza una struttura nazionale, il popolo ebraico sarebbe stato sempre vulnerabile. La possibilità di creare un focolare nazionale per tutti gli ebrei, però, era stata teorizzata ben prima delle leggi di Norimberga. Già alla fine del XIX secolo, Theodor Herzl, considerato il padre del Sionismo politico, aveva compreso che l’assimilazione degli ebrei in Europa non costituiva una garanzia di sicurezza e che un popolo senza sovranità, soprattutto un popolo soggetto da secoli alla più abietta persecuzione, sarebbe stato sempre esposto a ogni tipo di ritorsione violenta. I pogrom del ‘900, la Shoah, la connivenza internazionale di chi sapeva e non la impedì e il trattamento degli ebrei dopo lo sterminio, sono le prove storiche che Herzl aveva ragione. Dopo il 1945, questa corsa al focolare nazionale si fece ancora più determinante. Gli ebrei scampati al genocidio, forti dell’esperienza appena vissuta nella quasi totale indifferenza globale, si organizzarono da soli e tramite reti clandestine, sistemi di assistenza, corridoi illegali, strutture di accoglienza e organizzazioni capaci di muoversi al di fuori – e spesso contro – le leggi vigenti, avvicinarono a sé questo sogno di una patria. L’Aliyah Bet, le navi clandestine, i kibbutz furono tutti gli strumenti in loro possesso per concretizzare quella necessità di sopravvivenza sia prima della guerra, nell’accogliere chi riuscì a fuggire dall’Europa, sia durante e dopo il secondo conflitto mondiale, quando fu chiaro che la liberazione non era stata sinonimo di libertà per tutti. In previsione di ciò, nell’Yishuv che precedette la fondazione di Israele, gli ebrei si dotarono subito di tutti gli "apparati" statali necessari in vista della propria autodeterminazione, come quelli per l’assistenza sociale, l’educazione, la sicurezza, l’immigrazione. “Se non io, chi per me? Se non ora, quando?” divenne, così, l’imperativo di migliaia di ebrei del secondo dopoguerra. I solidi confini di uno stato furono l’unica via praticabile per la sopravvivenza, in una realtà che aveva appena dimostrato di quanto antisemitismo fosse capace e che non poteva di certo definirsi immunizzata dal rischio di future violenze.

IRAN – QUATTORDICESIMO GIORNO Le proteste in Iran entrano nel loro quattordicesimo giorno e assumono contorni sempre più insurrezionali. Il movimento è ormai definito da molti attivisti come un “turning point” storico: nonostante il blackout internet quasi totale in vigore dall’8–9 gennaio e una repressione durissima, la mobilitazione non solo continua, ma si espande e si radicalizza. Le manifestazioni sono state segnalate in oltre 100–150 località (alcuni report parlano di numeri ancora più alti), comprese piccole città e province periferiche. Gli epicentri restano le grandi aree urbane e le regioni curde occidentali, dove la repressione è più violenta. A Teheran si registrano scontri intensi in quartieri come Saadat Abad, Jannat Abad, Sattar Khan e Ponak: falò nelle strade, barricate, autobus e veicoli della polizia incendiati, attacchi a banche e stazioni della metropolitana sotterranee. Migliaia di persone marciano scandendo slogan espliciti: “Morte al dittatore” e “Quest’anno è l’anno del sangue, Seyyed Ali cadrà”. A Mashhad, città santa e luogo d’origine di Ali Khamenei, le proteste hanno assunto una dimensione senza precedenti: video mostrano folle enormi — in alcuni casi stimate in centinaia di migliaia — con cori come “Viva lo Shah”, falò e incendi di strutture legate ai Basij. Anche Isfahan, Shiraz e Tabriz sono teatro di scontri diretti, con uso di proiettili veri e feriti documentati. Le aree curde occidentali — Kermanshah, Ilam, Lorestan — risultano tra le più colpite. Qui si concentra la maggior parte delle vittime, con attacchi a stazioni di polizia, morti tra manifestanti e agenti dell’IRGC e raid negli ospedali, come all’Imam Khomeini Hospital di Ilam, per arrestare i feriti. Proteste e scontri sono segnalati anche a Yazd, Zahedan, Bushehr, Borujerd, Hamedan, Kerman, Qom e in diverse province del Kurdistan. Numerosi incendi e distruzioni sono documentati da video verificati: veicoli, chioschi di polizia, banche, edifici governativi e statue simboliche del regime. Particolarmente sensibili gli episodi che riguardano moschee e simboli religiosi: attivisti parlano di decine di moschee incendiate, mentre lo Stato accusa i manifestanti di “vandalismo contro siti sacri”. Il punto di rottura simbolico è rappresentato dagli attacchi al mausoleo di Ruhollah Khomeini a Behesht-e Zahra, a sud di Teheran. Video virali mostrano incendi e vandalismi nell’area della tomba del fondatore della Repubblica Islamica. Sebbene alcune fonti parlino di danni parziali e non di distruzione totale, l’impatto simbolico è enorme: “La tomba di Khomeini brucia” è diventata una delle caption più diffuse. Per molti attivisti, è il segno di un rifiuto totale della Rivoluzione islamica del 1979. Il bilancio resta incerto ma grave: 45–62 manifestanti uccisi, inclusi bambini e adolescenti, migliaia di arresti, alcuni agenti delle forze di sicurezza morti. Il regime risponde minacciando la pena di morte per chi brucia proprietà pubbliche o attacca le forze di sicurezza, ricorrendo ad accuse capitali come la moharebeh. Colpisce, in questo quadro, il silenzio dei media tradizionali e di larga parte della sinistra italiana. Quando le proteste vengono citate, sono spesso ridotte a una crisi economica o a “disordini”. È una narrazione fuorviante. In Iran oggi si protesta contro il regime, contro una dittatura teocratica che risponde con uccisioni, arresti di massa, blackout informativi e minacce capitali. Dopo quattordici giorni, non esistono più zone grigie. O si dice che in Iran è in corso una rivolta politica repressa nel sangue, oppure si sceglie di non dirlo. E chi sceglie di non dirlo – nei media, nella politica, nella sinistra che tace – non è neutrale: sta proteggendo il carnefice.

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I manifestanti iraniani stanno bruciando la tomba di Khomeini, il fondatore della Rivoluzione islamica in Iran nel '79. È INCREDIBILE!!

Lo schema classico: Khamenei si gioca il nemico esterno, e visto il silenzio di media e politici gli può anche riuscire. Di fatto, Il silenzio di media e politici occidentali sull'Iran sta dando ossigeno alla dittatura islamista: il regime ringrazia e continua a trucidare gli oppositori (e le donne, i gay, ecc...). La Guida Suprema dell'Iran, Khamenei: "Ieri sera a Teheran, un gruppo di rivoltosi ha distrutto un edificio pubblico solo per compiacere il Presidente degli Stati Uniti. Gli iraniani devono mantenere la loro unità. Che tutti sappiano che la Repubblica Islamica è salita al potere con il sangue di centinaia di migliaia di persone onorevoli. L'Iran non tollererà mercenari che lavorano per gli interessi degli stranieri".

I kibbutz diventarono così anche luoghi di formazione per le strutture di autodifesa ebraiche, dalle prime organizzazioni di guardia fino alla Haganah. La vita nei kibbutz era regolata da un principio di partecipazione diretta. L’assemblea generale dei membri era l’organo decisionale centrale e nominava al suo interno un segretario. Ogni aspetto della vita – lavoro, educazione, distribuzione delle risorse – veniva discusso e deciso collettivamente. Grande importanza fu attribuita all’educazione. Fin dagli anni Venti, ogni kibbutz dispose di scuole interne e di un sistema educativo orientato alla vita comunitaria, al lavoro condiviso e alla partecipazione attiva. Nel 1922, vivevano nei kibbutz circa 700 persone; pochi anni dopo il numero crebbe rapidamente, fino a rappresentare, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, circa il 5% della popolazione ebraica nella Palestina mandataria. Lo sviluppo dei kibbutz fu strettamente legato ai movimenti giovanili sionisti-socialisti. In America, ma anche in Russia, organizzazioni come Hechalutz, fondata nel 1905 da Eliezer Joffe, preparavano i giovani alla vita comunitaria e al lavoro manuale prima dell’emigrazione nell’Yishuv. A metà degli anni Trenta, queste organizzazioni avevano già decine di migliaia di aderenti. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i kibbutz costituivano una rete articolata di insediamenti collettivi. Pur rappresentando una minoranza numerica all’interno dell’Yishuv, esercitarono grande influenza sulla vita politica, economica e militare. Da queste comunità provennero dirigenti, organizzatori e quadri, determinanti quando la questione dell’immigrazione dei sopravvissuti della Shoah e la nascita dello Stato d’Israele entrarono al centro del dibattito internazionale.

Kibbutz: cuore e mente dello Stato Ebraico Quando si parla delle origini del kibbutz, definirlo banalmente come una “organizzazione agricola” è un errore grossolano. Si trattò, in realtà, di un’esperienza integrale e totalizzante che unì lavoro, vita quotidiana, educazione, autodifesa e ideologia politica - socialista - in un’unica struttura comunitaria. Alla base vi fu l’idea che la costruzione di una società ebraica autonoma non potesse fondarsi su modelli sociali importati dall’Europa, né su rapporti gerarchici tra datori di lavoro e lavoratori, ma su una partecipazione collettiva e consapevole, fondata sulla responsabilità reciproca. Il principio guida alla base fu quello della distribuzione secondo i bisogni e del contributo secondo le capacità. I kibbutz sono stati tra gli elementi portanti dell’Yishuv - vale a dire l’insediamento ebraico sorto nella regione della Palestina tra la fine dell’Ottocento e il 1948, in un periodo compreso tra la dominazione ottomana e la fondazione dello stato di Israele, passando per il mandato britannico. Ne hanno fornito l’ossatura sociale, economica e politica, con l’ambizione di formare un ebreo “nuovo”, legato al fare, al produrre, al decidere insieme. Alla fine del XIX secolo, circa 15 000 ebrei, in gran parte provenienti dalla Russia meridionale, si trasferirono nella Palestina ottomana. Si tratta della cosiddetta prima aliyah. Le ondate migratorie successive furono accelerate dai sanguinosi pogrom nell’Europa orientale e dalla crescente instabilità politica. L’area geografica della Palestina era quasi del tutto impraticabile, a causa delle paludi infestate dalla malaria, della quasi totale assenza di infrastrutture e delle condizioni agricole spesso proibitive. La terra venne acquistata - a prezzi ben oltre il valore effettivo - attraverso enti collettivi, in particolare il Jewish National Fund, e lavorata in forma comunitaria. L’obiettivo non fu la proprietà individuale, ma la costruzione di una presenza stabile e condivisa. Tutto è partito da Degania Alef, tra il 1909 e il 1910 a sud del lago di Tiberiade, alla confluenza con il Giordano. In origine si trattava di una kvutzah, cioè un piccolo gruppo di circa trenta o quaranta persone che lavoravano e vivevano insieme, condividendo mezzi di produzione e decisioni. Degania Alef venne fondato da undici giovani pionieri e crebbe rapidamente: già nel 1914, il numero dei membri era aumentato in modo significativo. Nel 1921 è la volta di Ein Harod, considerato il primo kibbutz formalmente istituito. Qui il modello si ampliò: non più soltanto un’unità agricola di piccole dimensioni, ma una comunità strutturata, con attività produttive diversificate, servizi interni ed educazione organizzata. Tra gli anni Venti e Quaranta, la presenza ebraica nella Palestina mandataria crebbe rapidamente. Nel 1922 gli ebrei rappresentavano poco più dell’11% della popolazione; nel 1930 superavano il 16%; nel 1940 raggiunsero circa il 30%. Questo mutamento demografico incise profondamente sulla struttura interna dell’Yishuv. In questo contesto si affermò il principio della “conquista del lavoro” (kibbush haavoda), intesa come rigenerazione morale attraverso il lavoro manuale e come costruzione di una base economica autonoma. L’ideologo socialista Ber Borochov sostenne che solo la formazione di un proletariato ebraico consapevole potesse rendere possibile una società ebraica moderna e politicamente autonoma. Negli anni Trenta, con l’intensificarsi delle tensioni con la popolazione araba presente sul territorio, i kibbutz assunsero anche una funzione difensiva. Si diffuse il modello dell’Homa u’migdal, la “torre e palizzata”: insediamenti concepiti come piccole cittadelle, con una torre centrale per la sorveglianza e un perimetro fortificato. Questo modello non fu soltanto una risposta militare, ma anche simbolica. Espresse l’idea di responsabilità collettiva e di integrazione tra lavoro, partecipazione e difesa.👇🏻👇🏻