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LA FRATELLANZA MUSULMANA IN USA POST 2 — La struttura interna: organizzazione formale, comitati e piani
La rete dei Fratelli Musulmani stabilitasi negli Stati Uniti sviluppa, già negli anni Ottanta, una struttura organizzativa articolata che supera l’idea di un gruppo informale o spontaneo. Vengono costituite almeno 20 entità collegiali tra comitati e organi direttivi, coordinati da un Consiglio della Shura che funge da organo consultivo strategico. Parallelamente esiste un ufficio esecutivo incaricato di redigere programmi annuali, in coerenza con piani di lungo periodo. Questi documenti includono obiettivi, strategie e attività, pianificate su periodi pluriennali.
Tale architettura è descritta come interna alla comunità e non sempre visibile all’esterno, ma indica un livello di organizzazione ben definito: non solo gruppi di studio o predicazione, ma una governance che prevede divisione di ruoli, articolazione territoriale e meccanismi di coordinamento. Il riferimento a piani quinquennali e programmi annuali segnala anche un pensiero strategico che va oltre la gestione quotidiana, proiettando l’attività su più anni con obiettivi prestabiliti.
Questa struttura non è mera formalità: è uno strumento operativo che ha sostenuto, negli Stati Uniti, l’evoluzione di reti giovanili e comunitarie verso organismi di più ampia portata. Non riguarda solo sedi locali o singole moschee, ma una serie di comitati dedicati a educazione, comunicazione, relazioni esterne e attività sociali, con ruoli assegnati e processi deliberativi tipici di organizzazioni con un progetto condiviso.
In questo modello organizzativo ripreso dalla tradizione del movimento, si legge la volontà di coordinare attività su scala nazionale, mantenendo coerenza ideologica e continuità strategica, pur con gradi diversi di visibilità pubblica.
Fonti: The Egyptian Branch of the Muslim Brotherhood in America: Yesterday and Today
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LA FRATELLANZA MUSULMANA IN USA
POST 1
— Le origini: come nasce la rete negli Stati Uniti
L’arrivo dei primi membri del ramo egiziano dei Fratelli Musulmani negli Stati Uniti risale alla fine degli anni Cinquanta, dopo la messa al bando dell’organizzazione da parte di Gamal Abdel Nasser nel 1954 e la repressione che ne seguì.
Tra le figure centrali delle origini vi è Mahmoud Abu Saud (1911–1993), economista egiziano e tra i primi seguaci di Hassan al-Banna. Arrestato più volte durante le repressioni nasseriane, si stabilì stabilmente negli Stati Uniti, contribuendo alla costruzione delle prime infrastrutture organizzative della Fratellanza in America.
Abu Saud è considerato uno dei pionieri della moderna banca islamica, teorico di modelli finanziari conformi alla sharia e consulente per governi arabi.
Fu inoltre parte di reti familiari influenti: sua figlia sposò Ahmed Elkadi, che diventerà in seguito uno dei leader della Fratellanza negli Stati Uniti.
Accanto a lui emerge la figura di Said Ramadan (1926–1995), genero di al-Banna e uno dei principali leader internazionali del movimento negli anni Cinquanta e Sessanta.
Dopo la messa al bando del 1954, Ramadan si stabilì a Ginevra, dove fondò nel 1960 il Centro Islamico di Ginevra, trasformandolo in un hub europeo per l’espansione della Fratellanza. È documentato anche un incontro alla Casa Bianca nel 1953 con il presidente Eisenhower.
Ramadan è inoltre il padre di Tariq Ramadan, intellettuale islamico contemporaneo noto in Europa e negli Stati Uniti.
Negli Stati Uniti, la svolta organizzativa avviene nel 1963 con la fondazione della Muslim Students Association (MSA) all’Università dell’Illinois (Urbana-Champaign), primo organismo musulmano studentesco nazionale.
MSA non era formalmente un’entità della Fratellanza, ma membri egiziani del movimento ne occuparono fin dall’inizio posizioni chiave, utilizzandola come piattaforma di reclutamento e diffusione ideologica.
Molti testi di riferimento erano quelli di Hassan al-Banna e Sayyid Qutb.
Da MSA si sviluppano reti più ampie che porteranno alla nascita di organizzazioni come la Islamic Society of North America (ISNA), segnando il passaggio da una presenza studentesca a una infrastruttura comunitaria permanente.
Fin dalle origini negli Stati Uniti vengono replicate le dinamiche tipiche della Fratellanza: cellule di base (usra), selettività nell’adesione, pianificazione strategica e creazione di strutture pubbliche formalmente autonome ma ideologicamente allineate. È in questa fase che si consolida una presenza organizzata e duratura sul territorio americano.
Nella foto: un poster di Hassan al-Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani in una manifestazione palestinese.
Fonti: The Egyptian Branch of the Muslim Brotherhood in America: Yesterday and Today
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ATTACCO ALL'EUROPA
Attacco all'Europa è la nuova stagione di Free4Future.
Per cinque settimane dal 25 maggio racconteremo questa storia dall'inizio: chi ha colpito, perché, come, e cosa ha cambiato per sempre nel modo in cui viviamo gli spazi pubblici del nostro continente. Senza semplificazioni, senza ideologia, con i fatti — e con le domande scomode che i fatti portano con sé.
Dal 2004 a oggi, il terrorismo jihadista ha colpito il cuore dell'Europa. Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, Manchester, Barcellona. Centinaia di morti. Migliaia di feriti. Una generazione cresciuta con gli attentati come sottofondo della propria vita.
Non è stato un fulmine a ciel sereno. È stata una guerra — sistematica, pianificata, ideologicamente fondata — condotta da uomini che in molti casi erano nati e cresciuti tra noi. Che conoscevano le nostre città, le nostre abitudini, i nostri orari. Che prendevano la metropolitana come noi, e un giorno hanno deciso di farla esplodere.
Perché la guerra non è finita. Si è trasformata.
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Hajj Amin al-Husseini Sacerdote del terrore : Il progetto islamico dello sterminio da Mussolini al 7 ottobre (Schegge di Luce Vol. 1)
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La storiografia tradizionale tende a relegare la figura del Gran Muftì di Gerusalemme al ruolo di collaboratore marginale del Terzo Reich, un opportunista in cerca dell'appoggio tedesco per
i propri obiettivi nazionalisti in Palestina. Questa interpretazione, tuttavia, sottostima il ruolo che al-Husseini svolse, non solo come uno dei leader nazionalisti arabi più carismatici e influenti del XX secolo.
Attraverso una sistematica “traduzione culturale” dell'ideologia nazista, al-Husseini trasformò l'antisemitismo razziale europeo
in un dispositivo politico-religioso radicato nella teologia islamica. Si trattò di una fusione che saldò i temi nazionalsocialisti con la tradizione coranica, creando un nuovo paradigma di
mobilitazione di massa contro un nemico comune: gli ebrei.
Come ha osservato lo storico Jeffrey Herf, questa sintesi ideologica rappresentò «uno dei capitoli più significativi nella storia
delle origini di idee che emersero nel radicalismo arabo e nella politica islamista».
Il contributo di al-Husseini fu quello di convertire in un linguaggio più comprensibile alla cultura islamica l’antisemitismo europeo, attraverso tre operazioni fondamentali:
📷 la presentazione del Corano come “prova storica” della
malvagità ebraica e che andava a confermare con una maggiore antichità quanto affermato nei Protocolli dei Savi di Sion;
📷 la manipolazione e interpretazione distorta della complessa biografia del Profeta Maometto e di Hadith apocalittici, spingendo su un tema ossessivo di inimicizia eterna verso gli
ebrei;
📷 la teorizzazione di parallelismi tra nazionalsocialismo e Islam che sacralizzavano la violenza politica come dovere religioso.
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Vorremmo, per altro, sottolineare che il partito laburista, in cui militano molti musulmani, è quello che ha affossato l'inchiesta contro le grooming gang, ree di violenze e omicidi contro donne inglesi
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In sintesi: è una sconfitta storica per Labour e un’esplosione di Reform UK che sta ridisegnando la politica britannica. Il sistema si sta frammentando velocemente.
Aggiornamento elezioni locali UK 2026 conteggi sono ancora in corso ma il quadro è chiarissimo e drammatico per Labour.
Numeri principali (dati BBC/Sky aggiornati)
Reform UK (Farage): +1.070/+1.074 consiglieri → circa 1.074 totali. Ha conquistato 7 consigli (tra cui Essex, Thurrock, Havering, Sunderland, ecc.). È il grande vincitore della notte.
Labour (Starmer): ha perso più di 900 consiglieri → circa 676 totali.
Ha perso il controllo di 20 consigli (tra cui Tameside, Hartlepool, Redditch, Wigan parzialmente, Blackburn, ecc.).
Crollo pesante nei feudi del Nord e Midlands.
Liberal Democrats: ha guadagnato 89 consiglieri, guadagnano alcuni consigli (es. Stockport, Portsmouth).
Conservatori: hanno perso 465 consiglieri, perdono consigli (Essex, Suffolk, ecc.) ma meno drammaticamente di Labour.
Verdi: hanno guadagnato 241 consiglieri, vincono i primi sindaci a Hackney e Lewisham.
Voto nazionale equivalente, proiezione Sky:
Reform ~27%,
Conservatori 20%,
Labour 15%,
Lib Dem e Verdi ~14%
Reazioni principali
Keir Starmer: «Risultati molto duri, non li indoriamo. Assumo piena responsabilità». Ha detto chiaramente: «Non mi dimetto, non lascerò il Paese nel caos». Molti laburisti (inclusi sindacati come Unite e alcuni MP) chiedono le sue dimissioni o un cambio di rotta radicale.
Nigel Farage: «Cambiamento storico. Il bipartitismo è morto. Reform sta vincendo sia nelle roccaforti Labour che Tory. Questo è solo l’inizio».
Parla di “referendum su Starmer” vinto.
Altri: I Verdi festeggiano i sindaci vinti e parlano di “fine del vecchio sistema”. I Lib Dem si propongono come alternativa anti-Reform.
Cosa succede ora:
I conteggi continuano oggi e domani
In Galles Labour è verso una sconfitta storica
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Il vizio di portare terroristi nel nostro parlamento Stefania Ascari non lo perde.
Il tizio a sinistra è Wael Al-Dahdouh, che lavorava per il Palestine Chronacle. Uno dei suo colleghi era il carceriere di Noa Argamani.
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La Mauritania e il colonialismo islamico che nessuno vuole nominare
C'è un colonialismo che le retoriche anticoloniali dominanti non vedono, o non vogliono vedere. È quello di una minoranza arabo-berbera che usa la religione come codice giuridico, la lingua come arma di assimilazione forzata e la genealogia come catena.
Avviene in Mauritania, Repubblica Islamica, membro del Consiglio ONU per i Diritti Umani dal 2020.
La struttura è semplice e brutale.
I Bidhan, arabo-berberi di pelle chiara, circa il 30% della popolazione, controllano l'economia, il governo, l'esercito e la magistratura.
Sotto di loro, gli Haratin — discendenti di schiavi, circa il 40% — e i gruppi subsahariani, Wolof, Soninké, Pulaar.
Dalla fondazione dello stato mauritano, nessuna persona di colore ha mai ricoperto la presidenza.
Nessun nero possiede una televisione, una radio, una banca.
Nel 2023, il partito che rappresentava gli interessi degli Haratin in parlamento ha perso tutti i seggi all'Assemblea Nazionale.
Genocide Watch colloca oggi la Mauritania agli stadi di discriminazione, disumanizzazione, polarizzazione e persecuzione simultaneamente.
La schiavitù che persiste è ereditaria: si tramanda di madre in figlio, come un titolo di proprietà.
I bambini nati schiavi pascolano il bestiame, raccolgono l'acqua, vengono affittati o prestati. Le donne subiscono stupri sistematici.
Sono 149.000 le persone ancora in schiavitù su una popolazione di meno di cinque milioni — dato 2025.
Gli attivisti locali stimano che gli schiavi arrivino al 20% della popolazione.
La copertura teologica è il nodo che la comunità internazionale continua a eludere.
Biram Dah Abeid, fondatore del movimento abolizionista IRA e più volte incarcerato per le sue battaglie, lo dice con precisione chirurgica: la Costituzione mauritana stabilisce che la fonte del diritto è la Sharia.
E la Sharia, nel rito malikita praticato in Mauritania, la schiavitù la codifica e la santifica. Esistono libri di autorevoli studiosi islamici che la presentano come pratica religiosa legittima.
I giudici chiamati ad applicare le leggi anti-schiavitù sono, spesso, schiavisti essi stessi.
La schiavitù è stata abolita tre volte — nel 1981, nel 2007, nel 2015 — e praticata ininterrottamente attraverso tutte e tre le abolizioni.
Tra il 1986 e il 1992 c'è stato un genocidio contro i soli neri mauritani, con interi villaggi decimati e oltre 500 africani neri giustiziati dallo stato.
Oggi è in corso quello che la sociologa mauritana Dieynaba N'Diom chiama "genocidio biometrico": la registrazione anagrafica esclude sistematicamente i neri, che restano senza documenti, invisibili allo stato.
Il sistema educativo è stato completamente arabizzato: le lingue subsahariane espunte, la scuola trasformata in strumento di dominio culturale.
Chiamarlo con il suo nome è il minimo: colonialismo genocida.
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Da: Capitolo 4 Fuga e alleanza (1937-1941)
"Il Gran Muftì atterrò a Berlino il 6 novembre del 1941, ad attenderlo una delegazione ufficiale che lo accolse, anche qui, con il cerimoniale riservato ai capi di Stato. La villa requisita per lui nel quartiere residenziale di Zehlendorf, nella periferia di Berlino, era una residenza di lusso che rifletteva l'importanza che il regime attribuiva alla sua presenza.
Una volta insediatosi, al-Husseini cominciò a ricevere dal Reich un salario mensile di 50.000 marchi ed ebbe a sua disposizione uno staff di sessanta persone, composto in gran parte da arabi palestinesi che avevano seguito il Gran Muftì nel suo esilio europeo.
Quella sistemazione rifletté il peso strategico che i nazisti gli attribuivano: al-Husseini non era semplicemente un esule di rilievo ma un leader che poteva svolgere un ruolo cruciale nella mobilitazione del mondo islamico contro gli Alleati.
Nelle settimane tra l'arrivo e l'incontro con Hitler, il leader religioso incontrò Himmler, con il quale avrebbe collaborato strettamente al reclutamento delle divisioni musulmane della Waffen-SS; discusse di politica mediorientale con Ribbentrop e prese contatti con Eichmann, intento a pianificare la soluzione finale della questione ebraica. Questi incontri preparatori configurano al-Husseini come un interlocutore attivo che cercò di capire le strutture del potere e di inserirsi in esse, esattamente come aveva fatto in Iraq.
A Berlino, al-Husseini fu ricevuto da Adolf Hitler nella Cancelleria del Reich, un incontro che avrebbe segnato la formalizzazione dell'alleanza tra il nazismo e il nazionalismo islamico, dando avvio a una collaborazione che avrebbe lasciato tracce profonde e durature nella storia del Medio Oriente."
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https://infos-israel.news/il-parle-arabe-zvika-yehezkeli-revele-le-secret-de-trump-face-a-liran/
Zvika Yehezkeli, commentatore di lingua araba per i24NEWS e una delle voci più ascoltate in Israele sugli affari del mondo arabo, ha rilasciato un'intervista alla radio Galei Israel in cui offre un'interpretazione particolarmente illuminante del comportamento di Donald Trump nella crisi con l'Iran .
La sua tesi è semplice, provocatoria e difficile da contestare: Trump ha adottato, nei confronti dell'Iran, esattamente lo stesso linguaggio minaccioso che i regimi mediorientali hanno sempre usato contro Israele .
La retorica dello specchio
«Sapete qual è il bello di Trump? Minaccia gli iraniani esattamente nello stesso modo in cui gli arabi hanno sempre minacciato Israele . Usano lo stesso linguaggio», ha detto Yehezkeli. «Dicevano sempre: distruggeremo Tel Aviv , distruggeremo Israele . Lui dice loro: distruggeremo l'Iran , distruggeremo gli eserciti, cancelleremo tutto».
Questo ribaltamento di ruoli non è insignificante. Per decenni, i regimi arabi e iraniani hanno utilizzato un repertorio di minacce iperboliche, dichiarazioni apocalittiche e un'escalation retorica come strumenti di pressione politica: un linguaggio che le democrazie occidentali, vincolate da diverse convenzioni diplomatiche, non padroneggiano o non osano impiegare. Trump, tuttavia, non ha problemi con questo repertorio. Ed è proprio questo che sta destabilizzando Teheran.
La "cultura del bazar" decodificata
Yehezkeli si spinge oltre. Suggerisce che Trump potrebbe essere riuscito a penetrare quella che definisce la "cultura del bazar" del Medio Oriente: uno stile negoziale basato su eccessi iniziali, intenzioni poco chiare e la capacità di cambiare posizione senza mai perdere la faccia. "Forse c'è qualcuno laggiù che è riuscito a penetrare la 'cultura del bazar'", afferma. "Sono dogmatici, puntano sempre dritti al disastro. La loro debolezza è la mancanza di flessibilità, l'assenza di creatività."
In altre parole, l'Iran sa come negoziare con avversari prevedibili: diplomatici europei che rispettano i protocolli, amministrazioni americane che cercano compromessi onorevoli. Di fronte a Trump , i parametri di riferimento abituali non valgono più. Annuncia un'operazione militare, la sospende la sera stessa, riapre i negoziati, chiude la porta, la riapre. "Li sta prendendo in giro, e li sta facendo impazzire", riassume Yehezkeli.
L'Iran nel suo momento di maggiore debolezza nella guerra
La conclusione di Yehezkeli è inequivocabile: l'Iran sta attraversando uno dei periodi più deboli dall'inizio del conflitto. "Gli iraniani sono ora al punto più debole della guerra", afferma. "Non riconoscono questo leader. Non hanno alcuna influenza su di lui, e lui li sta prendendo in giro e li sta facendo impazzire. Si sposta continuamente da ovest a est."
Questa imprevedibilità – che i suoi avversari interni americani percepiscono come disordine – è forse, nello specifico contesto mediorientale, una forma di potere strategico che nessun altro presidente americano era stato in grado o disposto a impiegare.
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1929: una folla massacra ebrei a Hebron. Il pretesto? La minaccia alla Moschea di Al-Aqsa.
2023: Hamas invade Israele. Il nome dell'operazione: Tempesta di Al-Aqsa.
Stessa menzogna. Quasi un secolo di distanza.
Chi ha costruito questo sistema lo raccontiamo in Hajj Amin al-Husseini Sacerdote del terrore.
https://tinyurl.com/yhw9h7ba
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1929: una folla massacra ebrei a Hebron. Il pretesto? La minaccia alla Moschea di Al-Aqsa.
2023: Hamas invade Israele. Il nome dell'operazione: Tempesta di Al-Aqsa.
Stessa menzogna. Quasi un secolo di distanza.
Chi ha costruito questo sistema lo raccontiamo in Hajj Amin al-Husseini Sacerdote del terrore.
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Bafwakoa, est della Repubblica Democratica del Congo, 1-2 aprile 2026. I miliziani dell'Allied Democratic Forces — gruppo ugandese affiliato all'ISIS — massacrano almeno 43 civili, forse 60. Machete, asce, colpi d'arma da fuoco. Case bruciate, almeno due persone rapite.
L'attacco avviene il Giovedì Santo, in una comunità cristiana. L'ISIS rivendica: punizione per chi ha rifiutato di convertirsi o di accettare la dhimmitudine.
Reuters, CNN, Al Jazeera riportano i fatti. Repubblica, Corriere, ANSA: silenzio.
Non è un caso isolato. L'ADF opera da anni nell'est del Congo come braccio dell'ISIS in Africa Centrale. Obiettivo dichiarato: imporre la sharia, eliminare l'influenza cristiana. Dal 2024 la violenza è aumentata — centinaia di morti, migliaia di sfollati, donne e bambine in schiavitù. Open Doors e Amnesty International documentano tutto. I grandi media italiani non lo considerano una notizia.
Il copione è sempre lo stesso: parlare di jihadismo islamista contro cristiani infrange certi tabù narrativi. Meglio parlare di "conflitti etnici". Le parole giuste non si trovano mai quando il carnefice ha il nome sbagliato e la vittima prega nel modo sbagliato.
